(Franco Matticchio)

Nel mondo del jet lag

(Franco Matticchio)
30 agosto 2019 12:53

Questo articolo è uscito il 30 luglio 2004 nel numero 550 di Internazionale, a pagina 20. L’originale era uscito sul New York Times Magazine con il titolo In the realm of jet leg.

Nella mia vita regolare, quella che chiamo “reale”, vado a letto ogni sera alle 20.30. Di mattina il mio organismo mi sveglia presto, e quando scende la sera perdo lucidità molto in fretta. Per questo gli angoli bui della notte – tutto ciò che è associato con il mondo del sonno – mi sono estranei come l’Antartide. Nella mia vita normale, sono così consapevole del tempo che passa che riesco a sapere con esattezza l’ora senza guardare l’orologio. Ma il jet lag sconvolge del tutto la situazione. Non si tratta solo della routine, del senso netto dei confini, della capacità di affrontare il mondo, di stare al passo. No: a dissolversi è qualcosa di più profondo. Scendo da un aereo con 17 ore di scompenso e racconto i miei segreti più intimi a qualcuno di cui so di non potermi fidare. Al ristorante un’amica si mette a parlare della sua giornata, dei suoi progetti, di amici e aspirazioni, e a me vengono le lacrime agli occhi. Di notte non riesco a dormire (perché di giorno non ho fatto altro) e quindi provo a sbrigare le cose che ho da fare, come farei nel mio mondo normale. Invece intesto con un nome sbagliato una lettera stranamente emotiva e inondo qualche estraneo di parole affettuose. Quando la signora allo sportello della banca mi offre di accreditare sul mio conto tremila dollari in cambio dell’assegno da 30mila che le ho appena consegnato (e che costituisce buona parte del mio reddito annuo), le sorrido e me ne vado augurandole una buona giornata.

Quando soffro di jet lag, ho spesso la sensazione di essere capitato in un paese sconosciuto, un posto a modo suo più misterioso dell’India o del Marocco. Un luogo mai esplorato dall’umanità fino a circa quarant’anni fa e dove invece oggi sempre più persone trascorrono una parte via via più grande della loro vita. Non si tratta propriamente di una condizione onirica, ma di certo non è veglia. E anche se uno può credere di trovarsi in un altro continente, in questo luogo non c’è carta geografica o guida turistica che tenga. Per non parlare degli orologi.

Al momento abito in Giappone e mia madre, che ha circa settant’anni, vive da sola in California. Per questo, ogni volta che mi viene voglia di andare a trovarla devo prendere un aereo e farmi un viaggio di dieci ore da una sponda all’altra del Pacifico. A quel punto, almeno per una settimana, non sono più me stesso. Di aspetto mi somiglio, forse, la mia voce ricorderà pure quella abituale, però mi infilo la maglietta al rovescio ed esco dal cinema dopo aver visto Bounce, un film insignificante, in uno stato di imbarazzante commozione. Niente a che vedere con la persona che divento quando faccio il buffone, quando sono stordito o quando resto sveglio fino a tardi: con il jet lag sono una specie di creatura spettrale che fluttua al di sopra di se stessa.

Ogni volta che torno in Giappone, poi, divento l’antitesi di quell’impostore, un nottambulo sebaldiano a cui non si può affidare niente da leggere o da scrivere almeno per un’altra settimana. Quindi se vado a trovare mia madre quattro volte all’anno – con una frequenza ragionevole, nel comune ordine delle cose –, trascorro otto settimane all’anno, vale a dire quasi un sesto della mia vita, in questa terra inesistente. Con i piedi non del tutto a terra e neanche del tutto per aria.

Lo sgabuzzino della coscienza
Una giornata, una giornata umana, ha per definizione una certa forma e una certa struttura, e sotto molti aspetti somiglia a una stanza in cui gli oggetti siano disposti secondo i gusti di chi la occupa. Sarà spoglia o piena, ma in ogni caso ci risulterà familiare: qui c’è il punto dove ci si riposa (dalle 22 alle 6, tanto per dire), là quello dove si mangia, si lavora o ci si sente vivi. Ci si orienta molto bene e si trova perfino il bagno senza accendere la luce.

Con il jet lag invece nessuno riesce a dire dove si trova o chi è. Ti alzi, ti dirigi verso il bagno e vai a sbattere contro una sedia. Allunghi una mano verso la persona che hai a fianco e ti ricordi che si trova a undicimila chilometri di distanza, al lavoro. Ti alzi per il pranzo e ti ricordi che di pranzi ne hai già consumati sei, quel giorno. Ti senti quasi un esiliato, un fuggitivo di qualche tipo, mentre cammini lungo il corridoio dell’albergo alle quattro del mattino, quando tutte le brave persone se ne stanno tranquille a letto, o quando ti viene da sbadigliare mentre tutti intorno a te lavorano. In questo mondo dislocato la giornata si dilata a dismisura, fin quasi a spezzarsi.

Faccio mia la prima regola del viaggiatore, quella per cui ogni cosa è interessante se la guardi dalla giusta angolazione

Io dormo, non faccio che dormire, e i miei sogni, improvvisi e violenti, sembrano appartenere a qualcun altro: un esperto di buddismo (che non ho mai visto in vita mia) mi parla della caducità della vita, oppure racconto di una casa ridotta in cenere da un incendio, o ancora me la svigno in una stanza appartata insieme a una ex incontrata a una festa di nozze. Sogni che immancabilmente – ma questo lo capisco solo da sveglio – parlano della dissoluzione del sé. Questo è ovvio, obietta la parte più stabile di me, la più saggia: è il tuo sonno che è nervoso. Ti hanno fatto trasferire nello sgabuzzino della coscienza senza neanche darti il tempo di fare i bagagli. Allora perdi conoscenza nel bel mezzo di una frase, con la tv accesa e senza aver elaborato nulla del tuo io. Eppure – ma questo è naturale e fa parte del sortilegio –, nel luogo dove mi trovo quella voce non la sento neanche.

Oppure capita che mi derubino – è successo più di una volta – e mi trovo tutt’a un tratto senza nulla. Una donna mi parla in un inglese perfetto (anche se siamo in una città cinese) e io per qualche strano motivo so che lo parla così bene perché è cresciuta sulle Isole Figi. Un corteo di abitatrici della notte ci passa accanto e la donna mi chiede che ho intenzione di fare riguardo alle cose che mi hanno rubato. Mi ricordo che quando Rudyard Kipling era ragazzo, una notte si svegliò di soprassalto realizzando che stava camminando nel sonno. Aveva attraversato tutta la casa del suo sogno ed era uscito in giardino proprio mentre faceva giorno. “Quella notte mi restò impressa nella mente”, avrebbe scritto in seguito, e fu così che divenne il poeta del turbolento subconscio dell’impero, di tutto quello che accadeva sul lato oscuro dell’accampamento. Esco un’altra volta, con l’inspiegabile orgoglio di un bambino che ha scalato l’Everest prima di colazione, e saluto i tizi che sfilano giù dalla nave per andare al lavoro – stavolta mi trovo a Bangkok e sono le 6 del mattino. Intorno a me gli ambulanti vendono chili con carne o foglie di menta, e sull’altra sponda del fiume alcuni monaci pagaiano da un’abitazione all’altra alle prime luci dell’alba. Da ogni casa a picco sull’acqua una donna si sporge verso di loro per consegnargli un’offerta di verdure e riso.

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Gli ultimi taxi che se ne tornano di soppiatto in periferia. Le ragazze che finalmente escono dalle discoteche e dai night e se ne vanno verso le baracche oltre il fiume per dormire. La città è colta di sorpresa e fa ritorno ai suoi riti privati mentre i bulldozer macinano avanti e indietro, avanti e indietro nelle anguste stradine e dondolano, con le luci al neon ormai spente, per rimuovere ogni traccia della notte passata.

Meglio prendersene cura
Dal momento che ormai il jet lag è parte integrante della mia vita, mi dico che devo fare del mio meglio per affrontarlo: devo prendermene cura, godere degli scombussolamenti che genera, come farei se fossero causati dallo spostamento geografico in un luogo sconosciuto. Allora, quando arrivo a casa di mia madre, esco all’alba per pranzare e mi godo la città dove sono cresciuto come non ho mai fatto prima: l’odore delle alghe intorno ai tavolini del fast food, il sapore pungente del mare che si dileguerà col passar delle ore. Chi rincasa dopo una notte brava o dopo il turno di notte, chi comincia la giornata ancora intonsa: tutte persone che nella vita normale non mi capita mai di conoscere.

Quando poi torno dalla California in Giappone, faccio scalo in strane città asiatiche – Kuala Lumpur, Shanghai, Hanoi – e trascorro le mie prime notti di scombussolamento ad aggirarmi furtivo nell’oscurità. Se mi trovassi in un luogo anche solo lontanamente simile alla mia città, costringerei qualcuno a restare sveglio per andar fuori a pranzo alle tre di notte e quelle stesse persone mi costringerebbero a loro volta a uscire di casa mentre io mi pregusto una nottata di sonno alle 11 del mattino. Così, facendo mia la prima regola del viaggiatore (quella per cui ogni cosa è interessante se la guardi dalla giusta angolazione), sfrutto l’insonnia per cercare di vedere un mondo, un sé, che mai mi sarebbe dato di vedere altrimenti.

Con il jet lag le cose assumono un valore diverso, un altro peso, ma i tassi di cambio non sono affissi in nessun ufficio

Esco dall’aeroporto di Singapore, anche se a Singapore è facile sentirsi come se non si fosse mai usciti dall’aeroporto: tutto è così lindo, dinamico, che l’intera città sembra una schiera di duty free e foreste pluviali artificiali disposte lungo strade panoramiche. Afferro un libro di William Gibson (che parla del jet lag) e scopro che è ambientato al Park Hyatt Hotel di Tokyo, lo stesso albergo che compare nel film Lost in translation di Sofia Coppola. In quell’istante vedo una donna magnifica con un vestito che le lascia scoperta la schiena, ma quando arrivo all’ingresso del negozio mi accorgo che è solo un manichino.

Per molti di noi, il fascino dei viaggi moderni è che non si va da A a B, da A a Z o da A ad alfa: nella maggior parte dei casi finiamo in qualche posto a metà strada, che non è propriamente né l’uno né l’altro. Un aeroporto, forse, un luogo che è e non è quello a cui pensiamo di essere diretti. Il jet lag è, per certi versi, la metafora perfetta di questa condizione, l’equivalente neurologico di quei lunghi corridoi grigi che negli aeroporti conducono da un non luogo all’altro. È, si potrebbe dire, il simbolo del mondo accelerato in cui sfrecciamo tra un continente e l’altro convinti di aver conquistato lo spazio e il tempo.

Il mondo tra le lacrime
Ma il fatto evidente – ed è in questo che consiste la sua potenza – è che il jet lag non è solo una metafora. È dolorosamente reale, reale come le parole indistinte che ti escono di bocca o come quel pezzo di carta su cui hai tentato metodicamente di addizionare un due a un altro due ottenendo immancabilmente un tre. Ci mette in bilico, e la persona che emerge dal nostro corpo soffre di qualcosa di molto più profondo di una perdita di udito alle alte frequenze o dell’eccessiva secchezza delle narici provocata da un volo a 800 chilometri all’ora, al di sopra delle nubi, in una cabina pressurizzata.

(Franco Matticchio)

Poiché siamo umani, tentiamo di neutralizzare il sortilegio con i soliti mezzi, raccontandoci le nostre esperienze personali e consigliandoci antidoti a vicenda: prendi la dramamina o la melatonina; cammina scalzo sull’erba fresca per 10 minuti appena arrivi; portati dietro una lampada ad alta intensità per riprodurre i ritmi buio-luce del posto da cui vieni; sposta le lancette dell’orologio all’ora del luogo di destinazione appena sali sull’aereo. Ma nessuno di questi consigli, penso io, riesce a raggiungere la persona che stiamo diventando. Quando soffro di jet lag mi sento come se vedessi tutto il mondo attraverso le lacrime, o con gli occhi storti: ogni cosa mi passa attraverso, ma con un peso o un significato sbagliato. Non vedo i cartelli: solo il loro riflesso nelle pozzanghere. Non riesco a seguire le indicazioni: assaporo solo il fatto di essermi perso.

È come guardare un film straniero senza i sottotitoli, forse: non riesco a seguire la storia e le azioni dei personaggi, ma c’è qualcos’altro – la piega di una mano, quel silenzio inosservato – che mi raggiunge e mi colpisce con intensità.

Con il jet lag le cose assumono un valore diverso, un altro peso, ma i tassi di cambio non sono affissi in nessun ufficio. Molti diranno che è come trovarsi sotto l’influenza di una cultura straniera, ma non è così. Da un lato, a differenza dell’alcol e delle droghe, i suoi effetti non scemano con l’età e, anzi, non fanno che aumentare. Puoi inventarti le tue personali regole di comportamento per questo mondo parallelo, ma si tratta di norme che, per definizione, non ti ricordi mai quando ti servono (l’immaginazione, ha detto il critico Guy Davenport, è un ubriaco che ha perso l’orologio e per ritrovarlo deve ubriacarsi di nuovo). Una volta, in pieno jet lag, ho gettato via tutti gli appunti che avevo preso durante un viaggio all’estero magico e irripetibile. Un’altra volta ho deciso di compilare la dichiarazione dei redditi appena sbarcato dall’aereo e, avendo trascurato un pagamento di 40mila dollari come se niente fosse, mi sono trovato a ricevere per mesi e mesi lettere e minacce dall’ufficio delle imposte.

Come al solito, tento di fare buon viso a cattivo gioco e sostengo che il jet lag riesce a liberarmi dall’illusione del sé. Appena sceso dall’aereo in California, sbrigo tre mesi di corrispondenza e quasi non mi accorgo che una lettera mi ricopre di allori mentre un’altra mi manda letteralmente al diavolo: si riferiscono a qualcun altro, mi dico, più che contento di essere estraneo a tutta la storia.

Un non luogo con regole sue
Il giorno dopo, mentre cerco di raccattare i pezzi della mia vita, vado alla posta e in banca e tutto quel che vedo è la disperata solitudine stampata sul volto dei passanti nelle strade della California: sembrano malinconici, rassegnati, come se stessero invocando aiuto. Per chi sia appena atterrato da un aereo proveniente dal Giappone, dove ognuno indossa una maschera di cordialità quando si sposta da un luogo all’altro, è uno spettacolo molto triste.

Il giorno successivo, però, ho già cominciato a stabilizzarmi nel mondo che mi circonda, e quasi non noto più quei volti solitari. Quattro o cinque giorni più tardi, se uno mi ricordasse le mie parole, direi: “Ma di che parli? È tutto normale. Non c’è nulla che non vada in questa gente”.

Nel 1971 una donna di nome Sarah Krasnoff scappò con il nipote di 14 anni, implicato in una sconveniente disputa sull’affidamento, e se lo portò su in cielo. In aereo, lo sapeva, non sarebbero stati soggetti a nessuna legge, e se non avessero mai smesso di muoversi, la legge non sarebbe mai riuscita a raggiungerli. Volarono da New York ad Amsterdam, e quando arrivarono invertirono la rotta per tornare da Amsterdam a New York. Poi ripresero il volo da New York ad Amsterdam e ancora una volta si spostarono da Amsterdam a New York, e così via, mese dopo mese.

In tutto presero circa 160 aerei, uno dopo l’altro – almeno stando a quanto racconta il dramma teatrale Jet lag. Videro ventidue film con una media di sette volte ciascuno. Mangiarono un pranzo dopo l’altro e portarono le lancette dell’orologio avanti e indietro di sei ore ogni volta. L’avventurosa fuga ebbe termine quando la signora Krasnoff, 74 anni, crollò e morì – vittima, secondo le supposizioni dei medici, di un jet lag terminale.

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Un giorno, durante una delle mie regolari visite “a casa”, mi sveglio da mia madre e facciamo colazione insieme. Lei cammina più lenta del solito, e a quanto mi racconta ha perso cinque centimetri d’altezza. A questo punto, mentre mi preparo a riattraversare il Pacifico, mi mostra gli articoli e i ritagli di giornale che ha messo da parte per me: una vignetta del New Yorker, un articolo sui benefici di un bicchier d’acqua bevuto otto volte al giorno, cose di questo genere.

Mi accompagna, coraggiosa, in auto all’aeroporto, senza quasi far trapelare che forse è un po’ triste nel vedere il suo unico familiare vivo che se ne va all’altro capo del mondo. E solo al controllo bagagli tende una mano protettiva, mentre scompaio attraverso la macchina dei raggi X. Salgo su un piccolo aereo a elica diretto a Los Angeles e la vedo in piedi davanti all’uscita che saluta con la mano. A settant’ anni ci sono cose che devi imparare a lasciar correre. La guardo che sta in piedi e saluta, saluta mentre l’aereo si mette in moto, comincia a rullare e poi decolla verso il cielo, e so che è un’immagine che devo tener cara. Una persona di cui per certi versi sono responsabile, troppo gentile per farmi carico delle sue pene.

Quattordici ore più tardi mi trovo in un altro paese e quasi non riesco più a immaginare la vita, la casa che ho lasciato al mattino. È come se mi fossi regolato su un’altra lingua, su un piano parallelo, e nessuno dei sentimenti che stamattina erano per me così concreti riesce a penetrarlo. Non che non abbia voglia di pensarci: è che ormai sembrano appartenere a una persona che non sono più.

Mi chiami quando arrivi?
È sempre stato così? Mi chiedo. Anche quando si andava a Londra in carrozza? O, per restare a oggi, anche quando il nipote di un mio amico fa un viaggio a piedi di due settimane nella campagna del Kenya per andare a scuola? L’infedeltà non rientra forse nelle tasse da pagare, nel fascino stesso del viaggio? Certo che sì, e non è altro che il lato oscuro della dissoluzione del sé, dell’affrancamento dai limiti comuni prodotto dal viaggio. Di fatto, è uno degli elementi principali che ci inducono a volare: l’idea di attraversare quell’ingresso luminoso e diventare una persona diversa. Una ragazza in abito lungo serve un elisir dell’oblio. La musica ci intontisce trascinandoci in una sorta di stato ipnotico. Nell’ordine globale, il fiume Lete dell’oblio e le sirene della mitologia classica sono a nostra disposizione a ogni angolo di strada.

Eppure, chi si perde in quell’oscuro tunnel è in qualche modo consapevole di quanto sta facendo e sceglie l’amnesia che lo attende. Beve per dimenticare. Torna a casa con qualche sconosciuto proprio perché desidera sottrarsi alla vita che non lo soddisfa. Nel mondo del jet lag, invece, la vita doppia sembra accidentale: stai guardando la tv e a un certo punto qualcuno arriva e ti cambia il canale, e tu non riesci a raccogliere le energie per alzarti e tornare al programma di prima. Non è che io voglia tradire la vita che mi sono lasciato alle spalle sei ore fa, ma all’arrivo ho cambiato i soldi, ho cambiato il voltaggio del rasoio e pago con una valuta diversa. Potrei prendere qualche sostanza per invertire gli effetti della droga del trasferimento, ma non sono sicuro che quest’assunzione mi farebbe ritornare la persona che ero quando sono salito a bordo dell’aereo. Al massimo, forse, mi indurrebbe a dimenticare che quella è una persona diversa. “Mi chiami quando arrivi?”, chiede una fidanzata. “Certo”, rispondo, e lo faccio. Ma chiunque telefoni non è la persona che ha formulato quella promessa, e le frasi, i sentimenti, così penosamente vivi la sera prima, sembrano provenire da qualcuno molto diverso.

I miei bagagli non erano arrivati e quindi indossavo abiti non miei, comprati con un buono della compagnia aerea

Non molto tempo fa, a Damasco, ho vissuto per qualche giorno secondo il tempo dei muezzin: lunghe mattinate silenziose nella città vecchia prima che sorgesse il sole, passeggiate in labirinti di vicoli ciechi, dentro e fuori le strade che circondano la grande moschea; e poi lunghe giornate torride trascorse a dormire nella mia stanza, come se mi trovassi nel mio letto in California. Poi di nuovo in piedi al calar del sole, l’unica decorazione della mia stanza una piccola freccia rossa sul muro a indicare la direzione della Mecca.

La mia vita è proseguita così per un po’: guardavo la luce salire in alto dentro la moschea, vedevo la città che cambiava di forma alle prime ore del mattino e poi mi osservavo svanire giù in un pozzo. Poi, dopo qualche giorno, qualcosa si è spezzato: di notte, di giorno, non riuscivo più a dormire. Restavo in piedi per tutta la notte e il giorno dopo non chiudevo occhio. Tiravo le tende, mi mettevo il pigiama, mi seppellivo nelle lenzuola. Ma la mia mente restava viva, o quanto meno si muoveva come su un arto fantasma. Ben presto si faceva scuro, era l’ora di svegliarmi, e alla fine, intorno alle due di notte, riconciliato con la mia insonnia, prendevo una vecchia copia di Paura e delirio a Las Vegas e mi mettevo a leggere. Da fuori, nel corridoio del quarto piano, il rumore di una porta che si apriva e poi si chiudeva. Fruscii furtivi, un cerchio di sussurri. I colpi secchi di una festa, alcol proibito, risate femminili. Il rumore metallico dell’ascensore che arrivava al piano e si apriva; il suono delle porte che si richiudevano, la cabina che saliva e scendeva ancora. A volte andavo alla finestra e, tirando le tende, vedevo i minareti immersi nella luce verde, gli unici monumenti visibili in tutta la città dormiente. Una volta ho aperto la porta per dare un’occhiata al corridoio, ma in giro non c’era nessuno. Né passi, né ombre, né niente.

Da Damasco a Manhattan, via Londra
Ore dopo ero in un internet café di Covent Garden, a Londra, senza sapere bene chi o dove fossi, senza aver dormito per quelle che mi sembravano settimane. Poi, qualche ora dopo, ero a Manhattan, dove avevo vissuto in una vita precedente. I miei bagagli non erano arrivati e quindi indossavo abiti non miei, comprati con un buono della compagnia aerea. Fuori, una trivella urlava nella cruda luce estiva – “ricostruzione” era scritto al check-in – e io tentavo di costringermi a dormire in qualche altrove. Poco dopo mezzanotte – a quel punto stavo appena riemergendo alla vita e alla luce – sono uscito e ho camminato fino a Times square, dove la vita ferveva ancora. Un uomo cullava la testa della sua ragazza tra le braccia e la baciava con dolcezza. Lei si è piegata per entrare in un taxi e pure lui si è chinato dopo di lei e l’ha baciata di nuovo, come per trattenerla. Il tassista ha attivato il tassametro con un sonoro schiaffo e l’auto è filata via. Una donna lì vicino agitava i seni verso un compagno, che sembrava appartenere a un mondo diverso dal suo. La guardava deliziato, mentre gli schermi e le luci intorno splendevano.

L’uomo del bacio, del bacio alla sua ragazza, si raddrizzava, gli occhi chiusi, mentre il taxi scompariva dietro un angolo. Poi si guardava intorno – taxi, folla da ogni lato – e si dirigeva verso un telefono come per cominciare una nuova vita. La gente usciva a frotte dai cinema, tanto che per un attimo avresti potuto pensare che fosse Capodanno, il centro del mondo. La moschea silenziosa e deserta della città vecchia di Damasco – dove mi trovavo la mattina del giorno prima – era ad anni luce di distanza.

(Traduzione di Floriana Pagano)

Questo articolo è uscito il 30 luglio 2004 nel numero 550 di Internazionale, a pagina 20. L’originale era uscito sul New York Times Magazine con il titolo In the realm of jet leg.

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