Un bambino passa accanto a un minareto crollato a Douma, in Siria, città sotto il controllo dei ribelli, il 31 marzo 2016. La moschea è stata bombardata dall’esercito del presidente Assad.

Mosca può scegliere tra la pace e la guerra in Siria

Un bambino passa accanto a un minareto crollato a Douma, in Siria, città sotto il controllo dei ribelli, il 31 marzo 2016. La moschea è stata bombardata dall’esercito del presidente Assad.
13 aprile 2016 09:33

Oggi, 13 aprile, riprendono i negoziati di Ginevra tra i ribelli e il regime siriano. In realtà si tratta di una ripresa teorica, perché i rappresentanti di Bashar al Assad hanno fatto sapere di doversi trattenere fino alla fine della settimana a Damasco per seguire le elezioni legislative nelle zone controllate dal regime. In ogni caso, a prescindere dalla falsa partenza, a pesare su questo nuovo ciclo di discussioni sarà soprattutto l’ombra della Russia.

Mosca è infatti nella posizione di poter determinare il fallimento o il successo della trattativa, che a questo punto entra nel vivo affrontando la creazione di un nuovo governo siriano riguardo al quale il regime e i ribelli hanno un’idea profondamente diversa.

La Russia vorrebbe aiutare l’alleato Assad a negoziare un compromesso in posizione di forza

Per Bashar al Assad dev’essere necessariamente un governo di apertura che possa includere, sotto la sua autorità, alcuni rappresentanti dell’opposizione a lui graditi. Per i ribelli, invece, il nuovo governo deve essere formato da elementi del vecchio regime e dell’opposizione, cui Assad dovrebbe cedere tutti i suoi poteri compresi quelli militari.

Teoricamente questa seconda idea è condivisa dalle grandi potenze (Russia compresa), che l’hanno fatta propria al termine del primo turno di negoziati di Ginevra all’inizio della guerra. Resta da capire se Vladimir Putin è disposto o meno a fare pressione su Assad affinché rinunci al potere, e la risposta a questa domanda, al momento, è incerta.

La posizione della Russia resta ambigua, volutamente ambigua, perché Mosca non vuole abbandonare il suo alleato Assad e vorrebbe che il regime potesse negoziare un compromesso in posizione di forza. Niente di strano, ma a cosa porterà tutto questo in concreto?

La coalizione sunnita si rafforza

Al momento è difficile dirlo, perché il Cremlino deve scegliere tra due opzioni. La prima è quella di continuare ad aiutare il regime abbastanza da permettergli di riguadagnare terreno e fare poche concessioni all’opposizione al momento della creazione del nuovo governo. La tentazione per Putin è forte, perché in questo modo potrebbe sottolineare la concretezza del rapporto di forze e dimostrare che la Russia è un alleato affidabile per tutti.

L’influenza della Russia sulla scena internazionale ne uscirebbe rafforzata, ma in questo modo il conflitto siriano sarebbe destinato a prolungarsi. Di conseguenza, la Russia sarebbe costretta a restare coinvolta in questa guerra e ad affrontare l’insieme dei paesi sunniti preoccupati di un’eventuale vittoria del regime siriano, alleato dell’Iran sciita contro cui stanno serrando i ranghi attorno all’Arabia Saudita.

Per questo motivo i russi avrebbero tutto l’interesse a favorire un compromesso e farsi portatori di pace. È su questa seconda opzione che scommettono gli Stati Uniti, ma non è detto che Putin abbia già scelto tra l’avventura e la ragione.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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