Un manifesto con l’immagine del presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi al Cairo, il 2 aprile 2018. (Mohamed Abd El Ghany, Reuters/Contrasto)

La vittoria scontata del generale egiziano Al Sisi

Un manifesto con l’immagine del presidente egiziano Abdel Fatah al Sisi al Cairo, il 2 aprile 2018. (Mohamed Abd El Ghany, Reuters/Contrasto)
03 aprile 2018 11:41

Avrebbe potuto accontentarsi del 78 per cento dei voti, e invece no. Come a voler dare ragione ai pronostici che scommettevano su una sua vittoria con oltre il 90 per cento delle preferenze, Abdel Fattah al Sisi si è attribuito il 97 per cento, un risultato che potremmo definire sovietico.

Ironia a parte, cosa significa? Per quanto poco credibile e francamente imbarazzante, la vittoria di Al Sisi in Egitto ha un significato chiaro: quest’uomo non ha intenzione di andare per il sottile e vuole far capire che ha pieni poteri e che può fare quello che vuole. Al Sisi è presidente non per volontà popolare ma per la forza delle armi.

Era solo un generale quando nel luglio del 2013 ha rovesciato il suo predecessore Mohamed Morsi, islamista e appartenente ai Fratelli musulmani nonché primo presidente egiziano democraticamente eletto e primo civile a occupare la poltrona.

Dalle primavere alle caserme
Morsi aveva vinto le elezioni sull’onda delle rivoluzioni arabe del 2011, non perché la maggioranza degli egiziani volesse imporre la sharia e dichiarare guerra all’occidente, ma perché i Fratelli musulmani non avevano mai conquistato il potere, apparivano integrati e il loro puritanesimo era considerato dalla piccola borghesia di funzionari e commercianti come una cura contro la fascinazione dei giovani egiziani per la liberazione sessuale.

Il problema è che i Fratelli musulmani non avevano un’organizzazione efficace e si sono dimostrati incapaci di governare un paese con le finanze pubbliche in rovina. Appena eletti, sono diventati estremamente impopolari e quando il loro presidente ha provato a modificare la costituzione per aumentare i suoi poteri, la popolazione è tornata in piazza come aveva fatto nel 2011, in nome della democrazia.

Le democrazie occidentali sostengono Al Sisi in nome della stabilità

A quel punto i Fratelli musulmani erano pronti a cadere come un frutto maturo. Se ci fossero state nuove elezioni, la democrazia ne sarebbe uscita rafforzata. Esattamente quello che voleva evitare il generale Al Sisi, deciso a restituire il potere all’esercito.

Diventato maresciallo grazie al suo colpo di stato, da allora ha represso non solo i Fratelli musulmani ma tutti i sostenitori della democrazia, da destra a sinistra. Tra il 2013 e il 2017 sono state arrestate più di 60mila persone. I mezzi d’informazione sono stati messi a tacere. La tortura è diventata sistematica. L’unica persona autorizzata a sfidarlo alle elezioni della scorsa settimana è stato un suo dichiarato sostenitore.

Da parte loro le democrazie occidentali stanno ripetendo gli errori commessi prima del 2011, sostenendo questo autocrate sanguinario perché convinte che possa garantire la stabilità. Ma la verità è che Al Sisi sta distruggendo la stabilità lasciando il monopolio dell’opposizione ai fanatici islamisti, tornati in clandestinità.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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