L’esercito di Bashar al Assad nella Ghuta orientale, in Siria, il 3 aprile 2018.

Gli alleati di Assad non sono così uniti

L’esercito di Bashar al Assad nella Ghuta orientale, in Siria, il 3 aprile 2018.
12 aprile 2018 15:05

Ci sono tre cose da sapere. Per comprendere la situazione attuale della crisi siriana bisogna prima di tutto rendersi conto che, nonostante le apparenze, Bashar al-Assad non ha ancora vinto la guerra.

Da quando la Russia è scesa in campo al suo fianco, il regime ha inflitto una sconfitta dopo l’altra ai ribelli, che stanno per essere cacciati dalla Ghuta orientale, nella periferia di Damasco, dopo aver dovuto cedere Aleppo. Assad non rischia più di perdere il potere. Tuttavia, oltre a non avere ancora riconquistato la totalità del territorio, il macellaio di Damasco governa un paese devastato da cui oltre cinque milioni di persone sono fuggite.

Assad non potrà ricostruire la Siria né rilanciare la sua economia senza un aiuto internazionale e un minimo di consenso sociale, due condizioni che non si verificheranno mai fino a quando i partiti siriani non avranno trovato un compromesso politico.

Tre posizioni diverse
Questo significa che i ribelli hanno perso senza che il regime abbia vinto, quindi è utile cercare di porre fine all’impunità di questa dittatura per costringerla a trattare.

Il secondo aspetto da considerare è che l’appoggio di Turchia, Russia e Iran ad Assad è meno unanime e meno solido di quanto si possa pensare.

La Turchia sunnita ha scelto di schierarsi al fianco del regime siriano e dell’Iran, due tasselli dell’asse sciita, soltanto per paura che un’autonomia dei curdi siriani risvegli l’irredentismo dei curdi turchi.

La Turchia non vuole una divisione della Siria, ma resta il fatto che non si sente a suo agio nel campo sciita. Il presidente turco si è appena lamentato con Vladimir Putin per l’utilizzo di armi chimiche nella Ghuta e chiede costantemente un compromesso tra Assad e l’opposizione. Di sicuro, Ankara non è sulla stessa lunghezza d’onda degli iraniani, che invece vorrebbero una vittoria completa del regime.

In Siria gli occidentali devono farsi perdonare un errore

Teheran è il principale alleato di Assad, ma i vertici iraniani sono divisi tra avversari e sostenitori di un compromesso regionale con le potenze sunnite. Inoltre le risorse dell’Iran non sono illimitate e potrebbero ridursi sensibilmente se Donald Trump bocciasse definitivamente il compromesso sul nucleare, inaugurando una guerra commerciale senza quartiere con la Repubblica islamica.

Quanto alla Russia, il sogno di Vladimir Putin è quello di presentarsi come artefice della pace in Siria, ma l’intransigenza di Damasco e di Teheran è un ostacolo insormontabile. Dal punto di vista militare Putin ha vinto salvando il regime siriano dal crollo, ma da quello politico si sta impantanando in un conflitto che non riesce a gestire, perché Assad e i suoi alleati iraniani si rifiutano di fare la minima concessione.

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Il terzo aspetto da tenere presente è che gli occidentali sono ormai convinti che Barack Obama abbia avuto torto quando gli Stati Uniti hanno “tradito” la Francia, evitando di bombardare insieme ai francesi le strutture militari del regime siriano dopo il primo utilizzo di armi chimiche.

Su entrambe le sponde dell’Atlantico c’è la convinzione che il passo indietro di Obama abbia permesso alla Russia di rimettere piede in Medio Oriente e di sentirsi in grado di agire liberamente, mentre il regime si sente giustificato a superare senza timore tutte le “linee rosse” del mondo.

In Siria gli occidentali devono farsi perdonare un errore e ripristinare le condizioni di un equilibrio.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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