Siriani al posto di blocco di Abu al Duhur, in attesa di tornare nelle loro case a Idlib, nel nord del paese, 1 aprile 2018.

In Siria non uccidono solo le armi chimiche

Siriani al posto di blocco di Abu al Duhur, in attesa di tornare nelle loro case a Idlib, nel nord del paese, 1 aprile 2018.
12 aprile 2018 09:55

La diplomazia è di nuovo in fermento per via di un probabile intervento militare degli Stati Uniti e di alcuni paesi europei in Siria. L’obiettivo dell’azione, però, non sarebbe quello di proteggere i civili nella Ghuta orientale – la regione ribelle alla periferia di Damasco sotto assedio da anni, dove dall’inizio del 2018 sono morte un migliaio di persone per i bombardamenti del regime di Bashar al Assad e da dove sono arrivate in queste ultime settimane immagini terrificanti, diffuse dai principali mezzi di comunicazione.

Al contrario, l’intervento sarebbe una risposta alle ripetute accuse di uso di armi chimiche nella Ghuta, l’ultima delle quali proprio il 7 aprile nella città di Duma, che ha provocato varie decine di vittime civili. Questa distinzione solleva diversi interrogativi sull’uso strumentale fatto da politici e diplomatici della questione delle armi chimiche in Siria.

Anche se il loro impatto non è determinante in termini militari e strategici né nell’equilibrio tra le diverse forze in campo, l’uso di questo tipo di armi fa scalpore in tutto il mondo e crea una frattura profonda tra gli Stati Uniti, la Russia e il resto della comunità internazionale.

Strumentalizzazioni
Tutti i governi stranieri coinvolti nella guerra siriana cercano di strumentalizzare la vicenda delle armi chimiche per difendere i propri interessi. Diverse volte all’anno, la commissione d’inchiesta indipendente internazionale sulla Repubblica araba siriana, creata nell’agosto del 2011 dal Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani, presenta ai rappresentanti della comunità internazionale numerosi rapporti sulle gravi violazioni commesse in Siria.

In questi rapporti, la Commissione ha documentato l’uso di armi chimiche, formalmente vietato dalla legge internazionale, riprendendo decine di accuse rivolte non solo contro il governo siriano ma anche contro i gruppi jihadisti, i gruppi dell’opposizione armata e il gruppo Stato islamico (Is).

Nell’agosto 2013 l’attacco chimico nella Ghuta, che ha causato la morte di più di 1.300 persone, ha segnato un punto di svolta. In quel momento la Russia aveva cominciato a fare una serie di manovre – ben prima dell’intervento militare vero e proprio di Mosca di due anni dopo – che hanno modificato i rapporti di forza a favore del governo siriano, e questo nonostante Assad avesse chiaramente varcato la “linea rossa” indicata l’anno prima dal presidente statunitense Barack Obama.

Evitando di mettere in atto la minaccia di un’azione militare contro Assad, Obama ha ceduto a Mosca la responsabilità diplomatica di trovare una soluzione alla crisi.
Dopo gli attacchi chimici dell’agosto 2013, il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha presentato un’offerta al suo collega statunitense, il segretario di stato John Kerry: il governo siriano avrebbe smantellato il proprio arsenale chimico sotto la supervisione dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac), a condizione di potersi presentare come interlocutore legittimo nel negoziato di pace.

Il ruolo della Russia
L’accordo ha dato il via a una serie di discussioni all’interno delle Nazioni Unite sulle armi chimiche. Dopo la firma e la conseguente ratifica della Convenzione sulle armi chimiche da parte di Damasco, il Consiglio di sicurezza ha adottato il meccanismo investigativo congiunto di Onu e Opac sulla Siria (Jim) nell’agosto 2015.

Il rapporto finale di questo organismo internazionale – che conteneva la condanna del regime, respinta dalla Siria – è stato pubblicato nell’estate del 2017, e ha messo fine a una serie di manovre che sono servite solo a diluire il tema della protezione dei civili siriani in un cinico dibattito tecnocratico.

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Da allora la Russia, sostenuta dai suoi alleati, ha dominato il negoziato, usando più volte il diritto di veto al Consiglio di sicurezza dell’Onu per proteggere il regime di Assad e dichiarandosi allo stesso tempo favorevole al divieto dell’uso di armi chimiche nei conflitti armati.

Questa strategia è stata molto efficace nel costringere le forze internazionali presenti in Siria a concentrare gli sforzi per dimostrare l’utilizzo di armi chimiche.
Il governo di Assad, la Russia e l’Iran sono riusciti a spingere i paesi occidentali ad accettare l’uso prolungato di armi e tattiche considerate “convenzionali”, che tra l’altro causano molte più vittime e sono altrettanto illegali secondo il diritto internazionale.

Problemi in secondo piano
Di conseguenza i problemi umanitari sono stati relegati in secondo piano, mentre le violazioni del diritto internazionale umanitario sono diventate sempre più spietate e frequenti, come i barbari assedi della popolazione civile e la distruzione di ospedali e scuole in territori controllati dai ribelli antigovernativi: a Homs nel 2014, a Daraya e ad Aleppo nel 2016 e ora nella Ghuta.

Una sorta di amnesia collettiva e un’insostenibile sensazione di impotenza sembrano aver gradualmente colpito i governi di tutto il mondo davanti all’aumento delle sofferenze dei siriani.

Dal punto di vista politico e diplomatico, questi attacchi non convenzionali hanno garantito un vantaggio al regime e ai suoi alleati a Mosca e a Teheran. E hanno sottolineato l’inefficacia della retorica statunitense ed europea della “linea rossa”, che ha monopolizzato gli sforzi diplomatici delle potenze contro Assad – in particolare quelli di Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Turchia. Tutto questo ha fatto passare in secondo piano gli altri problemi.

Solo il regime deciderà il destino politico del paese. Nessuno verrà a salvare la popolazione

La questione delle armi chimiche viene usata in modo strumentale e manipolatorio anche per screditare gli avversari. Per esempio, Iran, Russia e Siria hanno recentemente accusato la Turchia di averle utilizzate nell’offensiva militare ad Afrin. L’ambasciatore siriano a New York accusa regolarmente l’opposizione armata di denunciare i presunti attacchi per provocare un intervento esterno.

Le potenze straniere che si oppongono ad Assad sembrano invece (almeno finora) accontentarsi di semplici raccomandazioni condite da rappresaglie occasionali per mettere pressione al governo siriano, alla Russia e all’Iran, come l’attacco missilistico fatto dagli Stati Uniti nell’aprile 2017 dopo l’attacco chimico a Khan Sheikhun, nella provincia di Idlib. Ma non c’è stato alcun impegno politico reale per mettere fine alla guerra in Siria.

I gruppi di opposizione in esilio stanno cercando di sfruttare la questione delle armi chimiche per forzare un cambiamento di regime. Concentrandosi unicamente su questo tema, il Comitato per i negoziati siriano, che gestisce la trattativa con il governo siriano a Ginevra, ha finito con il mettere da parte tutta una serie di temi politici cruciali per ottenere una “transizione” in Siria.

Il futuro del paese
Per quale motivo la questione delle armi chimiche nel paese ha eclissato totalmente l’utilizzo di tutte le altre forme di armi cosiddette convenzionali, tra cui gli attacchi aerei contro le popolazioni civili, che fanno spesso molte più vittime?

Una risposta potrebbe essere che il regime di Assad utilizza le armi convenzionali quando vuole mostrare la sua forza militare e la sua determinazione a vincere la guerra, mentre l’utilizzo di quelle chimiche serve a far capire alla popolazione e alla comunità internazionale che il regime è altrettanto determinato a vincere la pace.
E a dimostrare che solo il regime deciderà il destino politico del paese e nessuno verrà a salvare la popolazione da quello che il ricercatore Michel Seurat ha definito profeticamente come “stato di barbarie”.

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Le discussioni diplomatiche sull’utilizzo di armi chimiche indeboliscono il diritto internazionale e in definitiva vanno oltre la crisi siriana.

Il tema delle armi chimiche non solo evidenzia il costante superamento della “linea rossa”, ma è anche il simbolo del crescente relativismo con cui vengono considerati i diritti umani e il diritto internazionale umanitario, concedendo allo “stato di barbarie” un ruolo legittimo nella scena internazionale.

Il diritto internazionale umanitario, costantemente e apertamente violato, è ulteriormente indebolito dalla distanza crescente tra le regole della guerra convenzionali e quelle applicate a conflitti come quello siriano. Questa realtà lascia presagire sofferenze senza precedenti in Siria, oltre a nuove e più sanguinarie guerre in futuro.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito su Middle East Eye.

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