15 settembre 2020 13:09

Questa coraggiosa Venezia 77 dell’era del covid-19 ha partorito un palmarès non poi così indegno come scritto da alcuni, ma certamente problematico per il Leone d’oro assegnato e per il Leone mancato. Tuttavia, va chiarito subito che si sono viste belle cose, soprattutto nelle sezioni parallele e non solo nel concorso – degno ma purtroppo un pochino fiacco anche perché certe grandi produzioni, sia hollywoodiane sia d’autore, sono volutamente tenute in cassetto per un periodo migliore. E in altre sezioni si sono viste opere di qualità che fanno ricerca formale e di contenuti, sperimentando pur non rinnegando una narrazione. Infine, alcuni temi dominanti trasversalmente tra le sezioni erano spesso affrontati in maniera interessante: non solo tante donne al centro della narrazione, filmate da donne o uomini, ma la guerra e lo stato poliziesco latente nelle democrazie che può scoppiare in una forma di guerra.

Cominciamo dai premiati del Concorso. Il Leone d’oro a Nomadland, terzo lungometraggio di Chloé Zhao, regista di origini cinesi naturalizzata statunitense, non sapremmo dire se sia un film furbo, pur essendo prodotto da una major statunitense come la Disney – uno dei pochi quest’anno a Venezia – ma certo ha molti limiti. Intendiamoci, seguire i nomadi statunitensi di oggi è una bellissima idea, coerente con il percorso di una regista un po’ apolide: i suoi due lungometraggi precedenti (tra cui The rider-Il sogno di un cowboy, presentato nel 2017 a Cannes alla Quinzaine des réalisateurs e poi uscito anche in Italia) entrambi incentrati sulla condizione degli indiani d’America, ma filtrata dalla dimensione intima, erano anche più riusciti di quest’ultimo titolo. In Nomadland l’intimismo, pur presente, pare troppo frazionato tra i tanti membri della collettività raccontata, appunto i nomadi americani di oggi che per scelta o necessità rifiutano il modo di vivere della società consumistica e i suoi alti costi, vivono sui camper in aree disabitate e magari – come si vede nel film – lavorano in un Burger restaurant o per Amazon.

Fare un film dolcemente anarcoide, critico verso il capitalismo ma umanistico, oltre che con un lato più diretto da film popolare, potrà sembrare ad alcuni un controsenso, ma fa parte della storia del cinema usare i soldi del capitale per contestarlo e crediamo che la regista sia sincera anche se qualche dubbio affiora sapendo che il suo prossimo film sarà un Marvel Comics, The Eternals, dall’omonimo graphic novel capolavoro di Jack Kirby poi ripreso tra gli altri anche da Neil Gaiman. Ed è bello che crei una sorta di filiazione tra i nomadi di oggi con i pionieri e poi in senso lato con i nativi, poiché i pionieri, è il paradosso, erano spesso intrisi di amore per la natura come gli indiani, anche se, pieni di pregiudizi e puritani, vedevano questi territori come un nuovo Eden tutto per loro. Il punto è invece la potenza di sguardo. Per essere chiari citeremo John Ford, per tanti grandi registi come Orson Welles maestro dei maestri. Il suo sguardo era unico sui paesaggi come sulle varie comunità.


Qui siamo tra i paesaggi dei suoi western, visto che in Nomadland siamo sempre tra paesaggi desertici o praterie, e tra gente povera, umile, come in Furore, capolavoro fordiano tratto dall’omonimo romanzo di John Steinbeck e imperniato su una famiglia poverissima durante la grande depressione degli anni trenta. Ford, dietro l’apparente esaltazione dei tipici valori americani, fa emergere con potenza tutta la contradittorietà e l’ambivalenza insiti nei comportamenti umani anche se sempre nel contesto di una visione umanistica. Ma citiamo anche il Jean Renoir di L’uomo del sud, uno dei film più belli del suo periodo passato negli Stati Uniti, scritto insieme a William Faulkner, e il cui recente restauro ne ha ravvivato la grande forza espressiva. La retorica risulta vera quanto la potenza artistica in queste opere, la forza fotografica quanto la regia, la recitazione quanto i dialoghi, il montaggio quanto le musiche. Anche senza pretendere quei massimi livelli, è esagerato un riconoscimento così alto per un film delicato ed onesto.

L’opera di Chloé Zhao, da lei scritta, diretta e montata adattando un libro di Jessica Broder, ci sembra l’espressione di una reale interiorità nell’individuare scorci di natura per lo più non banali e vi è spesso la capacità di saperli mettere in relazione con uno stato d’animo, come nella bella sequenza finale davanti all’oceano che rivela il vero tema che pervade il film, la finitezza delle cose, per usare un’espressione letteraria ma precisa. Il tema forte dell’oblio richiedeva tuttavia maggior lavoro e forse anche un film più lungo. Non bastano quindi la bravura di Frances McDormand nella parte della protagonista a riscattare pienamente un’opera che lavora su immagini simboliche effettivamente un po’ troppo ovvie invece che capaci di resuscitare, come Ford, come Renoir, la dimensione arcaica e inconscia.

Una linea manifesta e film imbarazzanti
Ma questo Leone d’oro rende sempre più manifesta la linea indecente di chi dirige il festival di cinema più antico al mondo, linea che in passato abbiamo già duramente criticato e che suscita nel pubblico una confusione continua tra la notte degli Oscar e un festival di cinema d’autore che si chiama Mostra d’arte cinematografica, inserito oltretutto nella cornice della Biennale d’arte. C’è qualcosa di perverso prima ancora che d’incoerente nel comporre delle giurie che finiscono per premiare quasi sempre film prodotti dalle major statunitensi, anche se a volte originali e politicamente scorretti come l’anno scorso il Joker di Todd Philips. È vero che portare alcuni film delle major è positivo per attrarre il pubblico italiano, purtroppo più pigro di altri, e che forse questo spinge le major verso produzioni dove s’intravede un vero autore nell’era del trionfo del blockbuster. Ma tutti i limiti del consentito sono stati ormai superati. Non stupisce che con questa logica indegna nulla sia andato a Notturno di Gianfranco Rosi, il titolo più forte del Concorso e forse del festival, vero fuoriclasse di questa edizione, portatore di molteplici letture e livelli come ogni grande film d’autore, diretto e profondo come ogni grande film del cinema popolare.


Dispiace anche l’assenza di riconoscimenti a Susanna Nicchiarelli e al suo Miss Marx, film imperfetto ma dalle molte qualità, che rivela una regista in crescita. Quanto a Padrenostro di Claudio Noce, il titolo imbarazzante, perché privo di un intento ironico, anticipa un film altrettanto imbarazzante per accademismo e melassa indigesta. Ma imbarazzante anche perché mostrato a una platea di giornalisti e critici del mondo intero che da una cinematografia con la nostra storia si aspetta siano presentati titoli che non scivolino mai al di sotto di una certa soglia di qualità. La Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile assegnata a Pierfrancesco Favino, che nel film non interpreta il personaggio principale, sembra un contentino maldestro al paese ospitante il festival ed è ben lontana dall’essere la miglior prestazione di quest’attore.

La Coppa Volpi alla miglior interpretazione femminile, andata all’inglese Vanessa Kirby per il medio ma dignitoso Pieces of women dell’ungherese Kornél Mundruczó, non è certamente immeritata, ma anche qui sembra trionfare il modello angloamericano (Vanessa Kirby era presente in concorso anche con The world to come di Mona Fastvold) e a nostro avviso sarebbe stato più interessante premiare Jasna Đurii che interpreta una ruvida ma appassionata madre nel bosniaco Quo Vadis, Aida? di Jasmila Žbani.


Non siamo invece così critici come altri verso il premio a Nuevo orden, la distopia del giovane regista messicano Michel Franco. In compenso è un po’ esagerato, nella gerarchia dei premi veneziani, che gli sia stato assegnato il Gran Premio della Giuria, per quanto il film sia per certi aspetti originale, coraggioso e non reazionario, ma piuttosto espressione di un nichilismo sofferente che suscita la riflessione. Quel premio lo avremmo dato all’ottimo The disciple dell’altrettanto giovane regista indiano Chaitanya Tamhane, di cui abbiamo parlato nella nostra prima cronaca, fresco, potente e originale, premiato invece per la sceneggiatura, molto ben fatta anche se in realtà il film lavora prima di tutto sulla dimensione visiva.

Ottimi i riconoscimenti andati a un veterano del cinema russo come Andrej Končalovskij che in Cari compagni! (Premio speciale della giuria) racconta con ritmo serrato e una buona intensità visiva e recitativa una storia proletaria, dolorosa e di donne, tratta da un episodio dimenticato di repressione dell’era Krusciov. E soprattutto quello a Spy no tsuma del giapponese Kiyoshi Kurosawa (Leone d’argento per la miglior regia). Poco noto da noi e alfiere di un horror metafisico, Kurosawa rivela un episodio poco noto e nobile della storia giapponese, come a dire che il vero film horror è spesso la storia umana e soprattutto militare.

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Buoni invece tutti i premi della sezione Orizzonti, dove c’era una grande regista a presiedere la giuria, Claire Denis. In particolare quelli alla portoghese Ana Rocha de Sousa che con Listen (Premio speciale della giuria), opera d’esordio ambientata tra gli immigrati portoghesi nel Regno Unito, realizza un bel film sociale che ricorda il Ken Loach degli inizi (e si aggiudica anche il Leone del futuro per la miglior opera prima), e al grande regista filippino Lav Diaz (Genus Pan, premio per la miglior regia), già vincitore nel 2016 del Leone d’oro con The woman who left.

All’eccellente film iraniano The wasteland di Ahmad Bahrami è andato invece il premio più importante della sezione, quello per il miglior film. Molti bei titoli pure nelle Giornate degli autori e soprattutto nella Settimana della critica: è qui che si sono visti quasi sempre film tra i più originali e forti sulla questione di genere, giovanile e sullo stato di guerra che si globalizza, sapendo anche sperimentare all’interno delle narrazioni.