10 marzo 2022 15:56

Quella in corso in Ucraina non è una guerra di conquista, né un’aggressione militare motivata da interessi nazionalistici o geopolitici per allargare la sfera di influenza di Mosca: è piuttosto l’ennesima versione dello scontro di civiltà; in gioco c’è la sopravvivenza di una società cristiana russa, ricca di antichi valori, che si colloca agli antipodi rispetto a un occidente preda della decadenza dei costumi, del suo consumismo, della sua accettazione del peccato come fosse solo una delle tante forme della diversità umana che compongono l’esistenza; per questo siamo di fronte a un conflitto irriducibile fra luce e tenebre, tra dio e chi vuole oscurarne il volto.

Sembra il ragionamento di un mullah seguace di Osama bin Laden e invece a sostenere queste argomentazioni è stato il 6 marzo, nella domenica del perdono (inizio della Quaresima), il patriarca ortodosso di Mosca Kirill che ha rotto, in questo modo sorprendente, il prolungato silenzio mantenuto sulla guerra in Ucraina nelle prime settimane del conflitto. Da più parti, infatti, erano stati rivolti appelli alla massima autorità religiosa russa affinché intervenisse pubblicamente – considerato anche il suo forte legame con il presidente Vladimir Putin – per dire una parola di ragionevolezza e di pace su eventi tanto drammatici. Al contrario Kirill ha giustificato la guerra in una prospettiva apocalittica, dentro uno schema privo di sfumature di scontro totale fra bene e male, per cui in Donbass – il resto dell’Ucraina nelle parole del patriarca non esisteva nemmeno – era in gioco la stessa sopravvivenza della civiltà cristiana russa.

Simbolo dell’avvelenamento dei valori insinuato dall’occidente verso l’oriente era nientemeno che il gay pride, la parata lgbtq+, emblema di quella perversione globale che erge il peccato a modello di convivenza. “Per otto anni ci sono stati tentativi di distruggere ciò che esiste nel Donbass”, ha detto Kirill. “E nel Donbass c’è un rifiuto, un rifiuto deciso dei cosiddetti valori che vengono offerti oggi da coloro che rivendicano il potere mondiale. Oggi questo potere chiede una prova di fedeltà, una sorta di lasciapassare per quel mondo ‘felice’, un mondo di consumo eccessivo, un mondo di apparente ‘libertà’. In cosa consiste questa prova? La questione è molto semplice e allo stesso tempo terrificante: si tratta di una sfilata dell’orgoglio gay”. “Se l’umanità accetta che il peccato non è una violazione della legge di dio, se l’umanità accetta che il peccato è una variazione del comportamento umano, allora la civiltà umana finirà lì”, ha affermato ancora il capo della chiesa ortodossa russa. “E le parate dell’orgoglio gay hanno proprio lo scopo di dimostrare che il peccato è una variante del comportamento umano”. In Ucraina si combatte dunque per fermare “la negazione di dio e della sua verità sulle persone”.

L’interpretazione del cristianesimo secondo Kirill è fortemente venata di nazionalismo

Si tratta di argomentazioni non nuove nell’area del fondamentalismo religioso di matrice cristiana (e anche di quello islamico); la contrapposizione tra due mondi – un “noi” puro e un “loro” impuro, dominato dal peccato – è alla base di diverse visioni politico-religiose che confluiscono in un attacco senza quartiere alle società pluraliste, democratiche, aperte, per quanto imperfette esse siano. Si tratta dello stesso background che accompagnava gli assalitori del Campidoglio a Washington, che è possibile riscontrare in certe frange del movimento pro-life statunitense o nei movimenti anticonciliari in Europa. In questo contesto si può comprendere meglio la portata di quella frase pronunciata conversando con i giornalisti da papa Francesco nei primi tempi del suo pontificato: “Chi sono io per giudicare una persona gay?” Affermazione molto semplice ma in realtà dirompente, rispetto a uno schema binario assolutista e, in definitiva, autoritario.

L’interpretazione del cristianesimo secondo Kirill, d’altro canto, è fortemente venata di nazionalismo, ed è inscritta in un patto trono-altare con il Cremlino che è garanzia per entrambi i contraenti. Per questo, al di là della negazione di dio, le mire espansionistiche delle due istituzioni coincidono: l’Ucraina per Putin non esiste, è uno sbaglio della storia, ed è parte della Russia; per Kirill rientra nel territorio canonico del patriarcato di Mosca senza ulteriori indugi (e non importa se a Kiev convivono due chiese ortodosse, una fedele a quella russa e una indipendente, riconosciuta dal patriarcato di Costantinopoli, oltre al fatto che sono presenti una chiesa greco-cattolica in comunione con la Santa Sede e altre tradizioni religiose minori).

In disaccordo
Non è un caso allora se le parole di Kirill, fin troppo politiche oltre le apparenze, sono state contestate anche da settori ortodossi. Trecento preti ortodossi russi hanno firmato un appello per la pace, mentre il metropolita Giovanni di Dubna (dell’arcidiocesi delle chiese ortodosse di tradizione russa nell’Europa occidentale) ha scritto una lettera aperta al patriarca di Mosca nella quale, tra le altre cose, scrive: “Santità, nella sua omelia per la domenica del perdono lei sottintende di giustificare questa guerra di aggressione crudele e omicida come i trattasse di ‘un combattimento metafisico’, nel nome ‘del diritto di stare dalla parte della luce, dalla parte della verità di dio, di ciò che la luce di Cristo ci rivela’… Con tutto il rispetto che le è dovuto, e dal quale non mi discosto, ma anche con infinito dolore devo portare alla vostra attenzione che non posso sottoscrivere una tale lettura del Vangelo. Nulla potrà mai giustificare che i ‘buoni pastori’ che noi dobbiamo essere, cessino di essere ‘artigiani di pace’ qualunque siano le circostanze”.

In un simile contesto, infine, il faticoso tessuto del dialogo ecumenico rischia di essere travolto dagli eventi. In tal senso il segretario di stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, ha parlato, anche a proposito del discorso di Kirill, di rischio di “un’escalation verbale”; tuttavia la Santa Sede, nonostante la netta condanna della guerra mossa da Putin, cerca di mantenere uno spiraglio aperto per il dialogo e il negoziato.

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Francesco, in questa prospettiva, resta fedele a un modello di chiesa slegato da vincoli preferenziali con questo o quel potere, non più espressione di una visione esclusivamente occidentale e la cui vocazione al dialogo e all’ascolto non sia solo un principio formale ma autentica opzione per costruire la pace e la convivenza; per tale ragione il Vaticano ha potuto mantenere canali di comunicazione diplomatici aperti con Mosca anche in frangenti drammatici come quelli attuali.

Parolin, da parte sua, riaffermando la disponibilità della Santa Sede a compiere un’opera di mediazione nel conflitto, ha detto: “Bisogna fare di tutto per fermare la guerra, che non sembra affatto finire, anzi sta mostrando un volto sempre più crudele, come dimostra il bombardamento dell’ospedale pediatrico di Mariupol. È fondamentale avviare negoziazioni che permettano di trovare soluzioni”, perché, ha osservato il cardinale, “una soluzione c’è sempre, se c’è la buona volontà delle parti e la disponibilità a compiere dei compromessi. Bisogna saper rinunciare anche a qualcosa di importante, se si vuole veramente arrivare al traguardo della pace”.

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