Sons of Kemet, Pick up your burning cross
Edward Colston era un mercante di schiavi britannico del seicento. Nel 1895 la città di Bristol eresse una statua in suo onore. È rimasta in piedi fino al 7 giugno 2020, quando migliaia di manifestanti antirazzisti l’hanno gettata in mare, a pochi giorni di distanza dalla morte di George Floyd, l’afroamericano ucciso dal poliziotto bianco Derek Chauvin a Minneapolis. C’è un filo che lega il movimento Black lives matter statunitense a quello britannico: la comunità nera si mobilita, a New York come a Londra.

E se c’è un referente musicale credibile per questi due mondi, quello è Shabaka Hutchins. Sassofonista e clarinettista cresciuto tra Londra e le Barbados, Hutchins è il leader di tre progetti molto interessanti: Shabaka and the Ancestors, The Comet is Coming e Sons of Kemet. In passato ha collaborato con la Sun Ra Arkestra, gli Heliocentrics e non solo. La sua musica è da molto contaminata: mescola jazz, dub e tradizione africana. Si distingue per una forza percussiva non comune, che diventa evidente nelle sue trascinanti performance dal vivo.

Dopo Your queen is a reptile, manifesto antimonarchico e antirazzista, i Sons of Kemet sono tornati con Black to the future, un album che lo stesso Shabaka ha definito un poema sonoro frutto di “rabbia, frustrazione e percezione emerse dopo la morte di George Floyd e le proteste di Black lives matter”. Anche i titoli delle canzoni, messi in fila, sono un mini poema sull’identità nera.

Sono i due percussionisti e il sassofono di Hutchings ad aprire le danze del disco nella splendida Field negus, che ruota attorno allo spoken word del poeta Joshua Idehen, cantore di una rivoluzione che rifiuta l’uguaglianza di comodo offerta dai bianchi, di una rivolta “in sella a un cavallo nero”. La poeta Moor Mother e la clarinettista Angel Bat Dawid (che a novembre ha pubblicato uno splendido disco dal vivo) invece animano la trascinante Pick up your burning cross, mentre il rapper Kojey Radical e la cantante Lianne La Havas arricchiscono il singolo Hustle. Ma anche gli episodi strumentali, come In remembrance of those fallen, funzionano molto bene.

Il jazz di Hutchings è unico, non solo nel panorama britannico. E Black to the future è uno dei dischi migliori della sua giovane ma molto prolifica carriera. Il suono non è mai accessorio al messaggio politico, ne è parte integrante. Musica che affronta il passato, e lo supera. Come chi ha il coraggio di buttare giù una statua che non lo rappresenta.


St. Vincent, Down and out downtown
Con addosso una parrucca bionda, St. Vincent si è gettata a capofitto negli anni settanta. Daddy’s home, il suo nuovo album, è ispirato alla vita di suo padre, uscito dal carcere nel 2019 dopo nove anni per una storia legata a una truffa finanziaria, e ai vinili che le faceva ascoltare da bambina. Ed è per questo che Annie Clark a tratti sfodera un groove funky irresistibile, come quello di Down and out downtown.

Alla lunga però, nonostante qualche picco emotivo come il brano semiacustico Somebody like me, l’overdose di retromania un po’ fa perdere mordente al disco. Nonostante questo, Daddy’s home resta una delle prove migliori di St. Vincent, sicuramente superiore al precedente Masseduction.


Iosonouncane, Hajar
Come avevo scritto qualche giorno fa Ira, il nuovo disco del cantautore sardo Iosonouncane, è un racconto polifonico di frontiere attraversate, di montagne, deserti, prigioni, fiumi e soldati, dove i confini tra i generi musicali e le lingue si confondono. È un ascolto impegnativo (dura quasi due ore ed è cantato in una lingua mista costruita mescolando italiano, inglese, arabo, francese, spagnolo e tedesco).

Insomma, se cercavate una nuova Stormi qui non la troverete. I brani che mi piacciono di più al momento sono quelli che pescano maggiormente dalla tradizione nordafricana, come la guerreggiante Hajar.


J. Cole, amari
Il rapper statunitense J. Cole ha appena pubblicato il suo nuovo disco, The off-season. Nel disco ci sono brani prodotti da Timbaland, T-Minus, e collaborazioni con altri rapper come 21 Savage e Lil Baby. Niente male al primo ascolto, anche se il precedente Kod forse era più ispirato.


The Black Keys, Louise
Dopo un paio di lavori non eccezionali, i Black Keys hanno deciso di tornare alle origini, e hanno fatto bene. Il loro nuovo disco, Delta kream, è una raccolta di cover di vecchie canzoni blues che hanno influenzato la band.

L’album, ha fatto sapere il batterista Patrick Carney, è stato registrato nel 2015 “in dieci ore” nello studio di Dan Auerbach a Nashville. Niente di rivoluzionario, ma un piacevole viaggio a ritroso lungo il Delta, come succede in questa cover del classico di Mississippi Fred McDowell.


P.S. Playlist aggiornata, buon ascolto!

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