Un edificio bombardato dall’esercito governativo siriano a Idlib, il 10 agosto 2018.

L’offensiva finale di Assad per riconquistare la Siria

Un edificio bombardato dall’esercito governativo siriano a Idlib, il 10 agosto 2018.
28 agosto 2018 10:08

“La provincia di Idlib è il più grande porto sicuro di Al Qaeda dall’11 settembre 2001”, ha ammesso Brett McGurk, inviato speciale della presidenza statunitense per la coalizione internazionale contro il gruppo Stato islamico (Is). Per questo è difficile pensare che gli Stati Uniti possano opporsi al tentativo del governo siriano di riconquistarla, soprattutto considerando che le forze statunitensi in Siria non sono nelle condizioni di raggiungere Idlib, nell’angolo nordoccidentale del paese, e lo stesso vale per i curdi alleati di Washington.

Eppure ci si potrebbe sbagliare a proposito della posizione degli Stati Uniti, perché le truppe del regime siriano all’attacco di Idlib sarebbero spalleggiate dai bombardieri russi. E anche la Turchia potrebbe avere qualcosa da ridire, dato che in una prima fase del conflitto il presidente Recep Tayyip Erdoğan aveva segretamente aiutato i ribelli di Al Qaeda in Siria e ha già inviato le truppe in “postazioni d’osservazione” all’interno della provincia per mantenere lo statu quo.

Presto scopriremo in quale direzione si muoveranno Washington e Ankara, perché Idlib è il prossimo obiettivo nella lista di Assad. Negli ultimi due anni il regime siriano ha riconquistato prima la zona di Aleppo (seconda città del paese) controllata dai ribelli, poi la periferia orientale della capitale Damasco e infine l’area meridionale nei pressi di Israele e della Giordania dove la rivolta ha mosso i primi passi. Ora tocca a Idlib.

Idlib è un obiettivo cruciale, perché è lì che sono stati inviati tutti i jihadisti che si sono arresi dopo le sconfitte nelle altre roccaforti in Siria. L’arrivo di combattenti islamisti e delle loro famiglie ha virtualmente raddoppiato la popolazione della provincia nel giro di due anni, portandola a due milioni di persone. Assad vuole portare a termine il lavoro approfittando del fatto che le forze aree russe sono ancora in Siria, e dunque è probabile che l’offensiva parta il mese prossimo.

Serviranno bombardamenti a tappeto, perché l’esercito siriano non ha un numero sufficiente di effettivi di terra. Inevitabilmente la comunità internazionale protesterà per la morte di molti civili in una provincia sovrappopolata. Questo potrebbe rappresentare un pretesto per Washington o Ankara per intervenire e fermare l’avanzata delle truppe di Assad. Ma lo faranno davvero?

Se volesse evitare uno scontro con l’esercito siriano, Erdoğan dovrebbe allontanare le truppe turche da Idlib. Sarebbe imbarazzante, e il presidente turco odia essere messo in imbarazzo. Ha già dovuto subire una buona dose di umiliazioni a causa della crisi finanziaria che sta paralizzando l’economia nazionale. Il ritiro da Idlib sarebbe un secondo colpo durissimo.

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D’altro canto Erdoğan ha già dovuto cambiare linea e accettare la permanenza di Assad come dittatore del paese, dunque sarebbe difficile per lui sostenere che la Siria non ha il diritto di riconquistare Idlib, soprattutto considerando che attualmente la provincia è sotto il controllo dell’organizzazione Hayat tahrir al Sham, l’ennesima reincarnazione del ramo siriano di Al Qaeda.

La logica vorrebbe che Erdoğan non si lasci coinvolgere in una guerra all’estero mentre è impegnato in una battaglia di insulti con Donald Trump e l’economia turca è in picchiata. Ma il presidente turco è uomo incostante, emotivo e arrogante, quindi è possibile che decida di buttarsi nella mischia.

Per quanto riguarda la decisione di Trump su Idlib, l’interesse nazionale imporrebbe di farsi da parte e lasciare che l’offensiva faccia il suo corso, anche perché per Washington sarebbe una gran cosa ottenere la distruzione dell’unica base territoriale di Al Qaeda in Medio Oriente senza alcun costo in termini di vite e di denaro per gli americani.

Washington è riluttante all’idea di consegnare ad Assad la regione

Ma se Trump non dovesse intervenire, l’estrema destra americana lo accuserebbe di aver permesso un’ulteriore rafforzamento dell’influenza russa in Medio Oriente, mentre l’alleato israeliano protesterebbe nuovamente per l’utilizzo in battaglia di “truppe iraniane” (in realtà per la maggior parte si tratta di mercenari iracheni, afgani e siriani pagati da Teheran). E peraltro anche Trump è uomo erratico, emotivo e arrogante.

Se l’operazione di riconquista di Idlib proseguirà senza incidenti legati a un intervento turco o americano, sarà l’ultima grande battaglia della guerra civile siriana. Al regime rimarrebbe il problema di convincere turchi e americani a ritirare le loro truppe e lasciare il paese, ma per risolverlo non dovrebbe essere necessario un conflitto armato.

La sorte dei curdi
La questione, probabilmente, si deciderà attorno al destino dei curdi siriani. La Turchia vuole essere sicura che non otterranno un’indipendenza sufficiente da far venire strane idee alla minoranza dei curdi turchi. Ankara teme soprattutto che una regione autonoma curda in Siria possa trasformarsi in una base per gli attacchi oltre confine portati dal Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), l’organizzazione “terrorista” fuorilegge che vorrebbe l’indipendenza dei curdi di Turchia.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno trasformato i curdi siriani nel loro principale strumento per la lotta contro il gruppo Stato islamico nella parte orientale della Siria. L’Is è stato sconfitto dall’alleanza curdo-americana e ora l’esercito degli Stati Uniti controlla sostanzialmente la Siria orientale. Washington è riluttante all’idea di consegnare ad Assad questa regione enorme e scarsamente popolata, e non vorrebbe lasciare gli alleati curdi alla mercé dei turchi.

C’è uno scenario che potrebbe funzionare. Gli eserciti della Turchia e degli Stati Uniti potrebbero partire dalla Siria, mentre l’esercito siriano li sostituirebbe per scongiurare qualsiasi ritorno dell’Is e impedire ai separatisti curdi di staccarsi dalla Turchia. I curdi siriani sarebbero ricompensati con un autogoverno limitato che comprenderebbe il controllo sull’istruzione, la lingua e la spesa locale. Anche i russi tornerebbero a casa, perché Assad non avrebbe più bisogno di loro.

Sarebbe la cosa migliore da fare, ma stiamo sempre parlando del Medio Oriente. Quindi nessuno pensa che accadrà davvero.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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