Un gruppo di sostenitori di Juan Guaidó vicino alla base militare di La Carlota, a Caracas, il 30 aprile 2019. (Jonathan Lanza, NurPhoto/Getty Images)

Perché in Venezuela si è arrivati alla resa dei conti

Un gruppo di sostenitori di Juan Guaidó vicino alla base militare di La Carlota, a Caracas, il 30 aprile 2019. (Jonathan Lanza, NurPhoto/Getty Images)
03 maggio 2019 09:59

All’inizio di marzo sembrava che entrambe le parti in conflitto in Venezuela avessero deciso che una lunga crisi fosse meglio di una guerra civile. Sembra che il leader di una delle due parti abbia cambiato idea.

Quasi quattro mesi fa, Juan Guaidó ha sfidato il presidente Nicolás Maduro sostenendo che la sua rielezione dello scorso anno era stata fraudolenta. Guaidó sosteneva di essere lui il presidente legittimo, e Maduro non lo ha arrestato presumibilmente perché temeva di scatenare una guerra civile che avrebbe potuto perdere. Poiché neanche Guaidó era sicuro di vincere, anche lui si è fermato.

L’operazione politica per rimuovere Maduro è stata chiaramente coordinata con Washington. A Guaidó era senza dubbio stato detto che se si fosse dichiarato presidente gli Stati Uniti e una cinquantina di suoi amici e alleati lo avrebbero riconosciuto – cosa che hanno prontamente fatto. Ma comunque ha evitato una resa dei conti con Maduro e si è limitato a fare discorsi (che Maduro non ha impedito).

Entrambi sapevano di essere su un terreno legalmente accidentato: Maduro ha vinto elezioni truccate, ma Guaidó non ci aveva nemmeno partecipato.

Questa è una lotta di potere, in cui Maduro controlla ancora l’esercito, ma Guaidó ha potenti stranieri alle spalle

Come presidente dell’assemblea nazionale, Guaidó è in linea di successione se il presidente muore o impazzisce, ma se ha o meno il diritto di sostituire un presidente in carica solo perché crede che abbia truccato le elezioni è il tipo di domanda che rende ricchi gli avvocati. La maggior parte dei non avvocati direbbe che non ha questo diritto.

Ma il punto è un altro. Questa è una lotta di potere, in cui Maduro controlla ancora l’esercito, ma Guaidó ha potenti stranieri alle spalle e una parte ampia ma sconosciuta della popolazione venezuelana dalla sua parte. Entrambi gli uomini avevano deciso di giocare una partita d’attesa, nella speranza che l’onda andasse nella loro direzione. È stata la scelta giusta.

Tuttavia, per ragioni note solo a lui, Guaidó ha cambiato idea. Forse pensa che l’onda stia andando nella sua direzione, o forse teme che Maduro vinca a tavolino se non agirà ora, ma ha chiaramente deciso che la resa dei conti deve avvenire ora.

Il 30 aprile ha pubblicato un video di tre minuti che lo mostra insieme a uomini in uniforme militare e in cui sostiene che le forze armate sono dalla sua parte. “Il momento è adesso”, dice.

Alcuni dei soldati potrebbero essere dalla sua parte, ma ci sono poche prove a eccezione del video di Guaidó. Gli ufficiali, e specialmente i generali, non sono pronti a cambiare casacca, in parte perché sono dei fedeli chavisti, ma anche perché pochi ufficiali sono riusciti a mettere in salvo il loro bottino all’estero. Possono farlo solo se Maduro resta al potere.

Andando in una base militare e cercando di mobilitare l’esercito contro il governo, Guaidó ha commesso alto tradimento e Maduro era obbligato rispondere. Eppure non è affatto certo che i sostenitori di Guaidó, per quanto numerosi possano essere, vinceranno la battaglia nelle strade. Li ha invitati a scendere in piazza il 30 aprile e ha chiesto all’esercito di sostenerli. Sono venuti, ma sono arrivati anche i sostenitori di Maduro (o, più precisamente, le persone che sostengono ancora la rivoluzione di Hugo Chávez, anche se non molti di loro hanno lo stesso profondo affetto per Maduro). Oltre un centinaio di persone sono state ferite nella giornata.

E sì, alcune decine di militari hanno cambiato parte, ma migliaia non l’hanno fatto. Ancora più importante, l’esercito regolare è rimasto fedele a Maduro. Guaidó ha chiamato i suoi sostenitori di nuovo il 1 maggio, ma non c’è alcun segno che Maduro stia per fuggire dal paese, o che il suo esercito stia per disertare.

È troppo presto per essere sicuri, ma sembra che Guaidó si sia mosso troppo in fretta. Probabilmente sarà presto in prigione se non fuggirà dal paese. Il suo mentore politico e leader di partito, Leopoldo López, ha già cercato rifugio con la sua famiglia nell’ambasciata spagnola. E Maduro ha già affermato in televisione di aver sconfitto il “tentativo di colpo di stato militare”.

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Cosa ha convinto Guaidó ad abbandonare la strategia lenta e cauta che ha perseguito negli ultimi quattro mesi e rompere gli indugi? Il sospetto è che lo abbia fatto sotto la pressione di Washington, dove il presidente Trump è impaziente, il segretario di stato Mike Pompeo è obbediente e nessuno capisce molto bene il Venezuela.

Nessuno eccetto le forze armate statunitensi, che hanno chiarito fin dall’inizio che non vogliono dare supporto militare ai ribelli venezuelani. Ma nessuno, nella Washington di Trump, ascolta l’esercito.

(Traduzione di Stefania Mascetti)

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