(Rika Hayashi, Getty Images)

Inutile negarlo, tutti fuggiamo dal dolore

(Rika Hayashi, Getty Images)
03 settembre 2019 14:12

Viviamo, o almeno così continuano a ripeterci, nell’epoca delle “mammole sensibili”, quegli studenti universitari di 20 anni che non possono sentire un discorso solo vagamente provocatorio senza farsi prendere dal panico.

So benissimo che dovrei liquidare questa idea come un’invenzione della destra, ma da quello che leggo – per esempio, un libro recente come The coddling of the American mind di Greg Lukianoff e Jonathan Haidt – devo dire che in parte è vero (anche se, come sostiene qualcuno non solo a sinistra, ci sono pochissimi segnali più evidenti del fatto che una persona è totalmente controllata dalle proprie emozioni dello slogan “Ai fatti non interessano i tuoi sentimenti” sul suo profilo Twitter).

A questo punto, ci sono semplicemente troppe storie di giovani che chiedono di essere protetti dal disagio di sentire punti di vista diversi dal loro per non concludere che, nella maggior parte dei casi, quello di cui hanno veramente bisogno è una pelle più dura.

La bugia dell’invulnerabilità
Ma anche la pelle dura presenta dei problemi. Una delle forme più popolari di autoaiuto degli ultimi anni mira a sviluppare una maggiore durezza d’animo – una strategia che unisce lo stoicismo, alcuni aspetti del buddismo, il consiglio dello psicologo canadese Jordan Peterson di dare ai figli “forza e non sicurezza”, i libri su come “rafforzare la mente” e non solo.

Ma, come sottolinea il filosofo Todd May, c’è qualcosa in tutto questo che puzza di “invulnerabilismo” emotivo: l’idea che “possiamo sottrarci alle evenienze del mondo e fare in modo che non ci tocchino”. Gli stoici elogiavano il filosofo Anassagora che aveva reagito alla morte del figlio dicendo: “Ho sempre saputo che mio figlio era mortale”. Ma senza dubbio la sua è una reazione inumana. Non ho idea di come reagirei in una situazione così straziante, ma parlando più in generale, vivere significa anche provare dolore, non cercare di non soffrire mai.

Secondo il filosofo May dobbiamo rinunciare all’idea di eliminare del tutto la sofferenza

Se teniamo conto di questo, lo studente sensibile e l’invulnerabilista dalla pelle dura cominciano a sembrarci stranamente simili. Il primo cerca di evitare situazioni che potrebbero provocargli angoscia, il secondo cerca di evitare l’angoscia, quale che sia la situazione. La terza alternativa, ovviamente, è la possibilità di provare angoscia senza rimanerne distrutti.

Fate benissimo a usare lo stoicismo o la meditazione per alleggerire la tensione, sostiene May, ma rinunciate all’idea di eliminare del tutto la sofferenza. “La maggior parte di noi vuole essere coinvolto nel mondo”, scrive. “Vogliamo sentirci avvinti da ciò che facciamo e dalle persone a cui teniamo, coinvolti da loro, considerati da loro. Il prezzo di questo coinvolgimento è la nostra vulnerabilità”. Una vita in cui nulla può farci star male sarebbe una vita in cui nulla conta sul serio.

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Una riflessione utile è quella della psicologa Harriet Lerner, che in un’intervista rilasciata al New York Magazine consiglia di sostituire la metafora della “pelle dura” con un’altra. “Immagino ognuno di noi in piedi su un trampolino di fiducia in se stesso”, dice. Se è ampio e solido – se abbiamo una rete di rapporti, varie fonti di autostima e così via – le cose negative ci faranno comunque stare male, ma in un contesto diverso. Con questo tipo di resilienza possiamo accettare anche la sofferenza, quindi non dobbiamo necessariamente cercare in modo ossessivo di evitarne le cause, né soffocarla dentro di noi. Possiamo stare bene anche se non stiamo bene.

Da ascoltare

Il filosofo Todd May tesse le lodi del “vulnerabilismo” nel suo libro A fragile life e in una puntata del podcast This is not a pipe.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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