Un ferito sul ponte di Westminster dopo l’attentato a Londra, il 22 marzo 2017. (Toby Melville, Reuters/Contrasto)

Gli ultimi attentati sono le azioni di individui soli e disperati

Un ferito sul ponte di Westminster dopo l’attentato a Londra, il 22 marzo 2017. (Toby Melville, Reuters/Contrasto)
31 marzo 2017 11:11

L’attentato del Bataclan, il 13 novembre 2015, ha segnato un culmine, sia per il numero delle vittime sia per la relativa raffinatezza della rete terroristica coinvolta. Era in continuità rispetto alla linea inaugurata vent’anni prima da Khaled Kelkal, autore del primo attentato commesso da giovani nati o cresciuti in Francia.

Il profilo dei terroristi in questi vent’anni è rimasto costante: quasi tutti di seconda generazione, tornati alla religione dopo un passato profano che per la metà di loro ha significato delinquenza, sono membri di un piccolo gruppo di amici e fratelli, con qualche convertito sullo sfondo (i fratelli Clain). Ogni gruppo aveva un legame diretto con il jihad globale (Al Qaeda, poi Daesh, l’acronimo arabo dell’organizzazione Stato islamico, Is).

Dopo il Bataclan, gli attentati commessi in Europa rispondono a un modello differente e i loro autori sono diversissimi tra loro. Questi attentati (Magnanville, Saint-Etienne-du-Rouvray, Nizza, il mercatino natalizio di Berlino e, più di recente, Londra) sono caratterizzati da un estremo dilettantismo.

Non ci sono più gruppi strutturati ma individui piuttosto instabili, se non marginali, al punto che la polizia ha grosse difficoltà a risalire alla filiera che li legherebbe a l’Is, anche se loro ne rivendicano l’appartenenza e l’organizzazione se ne attribuisce le azioni criminali. Non c’è bisogno di grandi analisi geostrategiche o sociologiche per spiegarne gli obbiettivi: l’Is fa di tutta l’erba un fascio e colpisce la Germania anche se non è impegnata nella coalizione che combatte contro lo Stato islamico.

Gli autori degli attentati non sono quasi per niente socializzati e nessuno di loro ha un passato religioso

Spiegare la radicalizzazione nel Regno Unito con il multiculturalismo è assurdo: la Francia ha molti più individui radicalizzati e non è affatto multiculturalista. Soprattutto è evidente che a non funzionare è la teoria secondo cui i terroristi avrebbero vissuto innanzitutto una fase di socializzazione in un ambiente salafita prima di radicalizzarsi. Per due ragioni: gli autori degli attentati non sono quasi per niente socializzati e nessuno di loro, come d’altronde i loro predecessori, ha un passato religioso, a parte l’assassino di Londra Khalid Masood.

Tuttavia quest’ultimo, che ha traslocato quattordici volte e all’epoca della sua conversione, avvenuta in carcere, viveva in campagna, non è affatto il prodotto di una socializzazione salafita in un quartiere abitato da immigrati. Non più di quanto lo fossero i fratelli Abdeslam (tra gli autori dell’attentato al Bataclan), che vivevano sì a Molenbeek, ma vi gestivano un locale in cui servivano alcol e che si chiamava Les Beguines, un riferimento cristiano di cui i fratelli s’infischiavano, come delle prediche salafite.

Niente “incubazione” salafita
Osserviamo da vicino gli autori dei recenti attentati. Nessuno di loro proviene da un quartiere né da una comunità salafita. Larossi Abballa, che ha ucciso i poliziotti di Magnanville, si era radicalizzato a diciott’anni, senza alcuna “incubazione” salafita, e lo stesso vale per Adel Kermiche, l’assassino di padre Hamel. Quest’ultimo ha trovato su internet il suo complice, Abdel Malik Petitjean, la cui socializzazione era avvenuta in una famiglia mista non praticante. Si sono incontrati per la prima volta poco prima di commettere il loro crimine. Nessuno dei tre, appena ventenni al momento di passare all’azione, ha frequentato una moschea salafita o un gruppo salafita.

L’assassino di Nizza, Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, nato nel 1985, è un piccolo delinquente poco religioso e violento che ha molte relazioni sentimentali (comprese alcune omosessuali), beve e non va in moschea. Un profilo molto simile a quello di Ziyed Ben Belgacem, che attacca una pattuglia militare a Orly: ex delinquente, tossicomane, beve prima di passare all’azione. Lo stesso profilo dell’uomo che, in stato di ubriachezza, investe dei passanti con la sua macchina ad Anversa il 23 marzo (un’azione di cui non è confermato il carattere terroristico). Anis Amri, che lancia un camion contro il mercatino natalizio di Berlino a dicembre del 2016, è un piccolo delinquente tunisino che conduce una vita da vagabondo in Italia e si radicalizza tardi (nel 2015), dopo un periodo trascorso in carcere.

L’ultimo caso in ordine di tempo si distingue solo per l’età (52 anni, mai visto prima): Khalid Masood è un anglo-giamaicano, nato Adrian Elms e allevato con il nome di Adrian Ajao. Conduce una vita errabonda prima di finire in carcere, dove si converte all’islam. A quanto risulta trasloca quattordici volte prima di stabilirsi in età avanzata a Birmingham. Come nei casi precedenti, dunque, la sua radicalizzazione non ha niente a che fare con una socializzazione in una comunità musulmana in cui il salafismo ha attecchito approfittando del multiculturalismo inglese. I fatti sono ostinati: Masood è un meticcio convertito.

La morte come progetto
A un certo momento questi ribelli iscrivono la loro violenza nella costruzione narrativa dell’Is, che dal canto suo è ben contento di recuperarli e rivendicare la paternità delle loro azioni, perché fanno apparire lo Stato islamico alla stregua di un’organizzazione globale, capace di scatenare l’inferno in qualsiasi momento.

C’è però un problema. Dal 1985 la costante di questi attentati è che quasi tutti i loro autori muoiono volontariamente. La morte fa parte del loro progetto. Nessuno ha un piano B per fuggire e ricominciare, capitalizzando l’esperienza acquisita. È evidente che l’Is non ha niente da perdere dalla scomparsa di losers, a differenza di militanti agguerriti e disciplinati come quelli che componevano la squadra del Bataclan e dell’aeroporto Zaventem di Bruxelles.

Lo Stato islamico vuole colpire ora, perché in Siria si stringe la morsa, ma il numero delle reti “professionali” si riduce. Non si può escludere che si stia preparando un “grosso colpo”, nascosto dalla cortina di fumo di attentati individuali. Ma la tecnica stessa dell’attentato-suicidio, o piuttosto dell’attentato-suicida, a Londra come a Mosul, prosciuga le riserve di volontari.

Non è un caso nemmeno il fatto che i volontari per il jihad siano sempre più giovani. Per passare all’azione restano solo i losers, gli sperduti, gli isolati, gli sradicati e i ragazzini. Siamo ben lontani da una qualsiasi rivolta comunitaria o guerra civile. Se però qualche mente dei quartieri alti crede alla guerra civile, questa per lo Stato islamico è già una gran bella consolazione.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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