L’arrivo di Donald Trump a Palm Beach, Florida, il 3 febbraio 2017. (Joe Raedle, Getty Images)

Donald Trump riaccende lo scontro di civiltà

L’arrivo di Donald Trump a Palm Beach, Florida, il 3 febbraio 2017. (Joe Raedle, Getty Images)
07 febbraio 2017 14:06

Nel conflitto con i jihadisti, gli occidentali si sono sempre preoccupati di distinguere tra la minoranza degli estremisti e il miliardo di musulmani di tutto il mondo. Donald Trump ha abbandonato questa importante precauzione. Il rischio è che lo “scontro di civiltà” teorizzato da Samuel Huntington diventi una profezia che si autoavvera e pone all’Europa una difficile sfida.

Trump aveva già attaccato i musulmani in campagna elettorale, ma molti osservatori si aspettavano che una volta arrivato alla Casa Bianca avrebbe smorzato i toni, adottando un atteggiamento più riflessivo e che tenesse conto della complessità dei rapporti tra islam e occidente.

Ma era solo un’illusione, come ha dimostrato il cosiddetto muslim ban, il decreto che vieta l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di sette paesi a maggioranza musulmana e alle persone che vi sono nate: un provvedimento d’esclusione fondato unicamente su criteri religiosi, anche se la Casa Bianca ha subito respinto l’accusa. La misura ha incontrato la resistenza di una parte della società civile statunitense ed è oggetto di un braccio di ferro con la giustizia federale, ma ormai il danno è fatto.

L’ordine esecutivo firmato da Trump suggerisce che la sua amministrazione sarà molto diversa da quella di Barack Obama, che fin dal discorso tenuto al Cairo nel 2009 aveva cercato di tendere la mano al mondo islamico pur lanciando una guerra senza confini ai jihadisti.

Il nuovo presidente è circondato da uomini che hanno espresso apertamente la loro islamofobia

I leader dei paesi europei, molto più esposti al terrorismo islamico rispetto agli Stati Uniti, continuano a sottolineare la differenza tra l’islam e i suoi adepti che hanno scelto la violenza, e a resistere così all’estrema destra radicale che cerca di eliminare ogni distinzione.

Questa strategia ha dato i suoi frutti: nonostante molte persone nate in Europa si siano unite ai gruppi jihadisti in Siria e in Iraq e abbiano compiuto attentati nel continente, non hanno trovato tra i musulmani europei l’eco sperata. La battaglia contro gli estremisti potrà essere vinta solo insieme alla maggioranza dei musulmani, non contro di loro.

Fare il gioco degli estremisti
Simili preoccupazioni non sono più condivise a Washington, dove il nuovo presidente è circondato da uomini che hanno espresso apertamente la loro islamofobia, a cominciare da Stephen Bannon, consigliere speciale e membro del consiglio nazionale per la sicurezza della Casa Bianca. Il consiglio è diretto da un altro islamofobo, il generale Michael T. Flynn, che prima della sua nomina ha twittato: “Avere paura dei musulmani è RAZIONALE”. Paura dei musulmani in generale, non degli integralisti o dei jihadisti.

È tale l’influenza di Stephen Bannon, ex giornalista di estrema destra, che recentemente il New York Times si è chiesto in un editoriale se non fosse il caso di parlare di una presidenza Bannon, ispirata da una visione apocalittica della storia. Basta vedere il film Torchbearer, da lui scritto e diretto nel 2016, in cui immagini del nazismo e delle esecuzioni del gruppo Stato islamico (Is) si alternano con un messaggio ripetuto di continuo: non c’è salvezza se non in dio.

Nel mirino degli ideologi della Casa Bianca ci sono soprattutto l’Iran e l’Iraq, due paesi che, per ragioni differenti, hanno una relazione particolare con gli Stati Uniti. Nessuno dei due è responsabile degli attentati compiuti sul suolo statunitense negli ultimi anni, compresi quelli dell’11 settembre 2001, i cui autori provenivano perlopiù dall’Arabia Saudita (che però è stata risparmiata dal decreto).

Se l’atteggiamento verso l’Iran non è una sorpresa (durante la sua campagna elettorale Trump aveva ripetuto che l’accordo sul nucleare iraniano firmato da Obama era un “cattivo accordo”), più inattesa è la stigmatizzazione dell’Iraq, visto che varie migliaia di soldati statunitensi sono ancora lì per sostenere il governo di Baghdad e partecipare alla campagna di Mosul contro l’Is.

Trump non tiene conto degli interessi degli Stati Uniti, tra cui lui stesso ha incluso la lotta al terrorismo

Le voci dissidenti negli Stati Uniti, in particolare le migliaia di diplomatici del dipartimento di stato che hanno firmato una mozione contraria alla politica ufficiale, hanno chiaramente affermato che il decreto rischia di mettere in pericolo delle vite statunitensi, ma anche di fare il gioco delle fazioni più estremiste.

È il caso dell’Is e di Al Qaeda, la cui propaganda è agevolata dalla stigmatizzazione di tutti i cittadini musulmani dei paesi presi di mira. Ma vale anche per l’ala più dura del regime iraniano, in particolare i Guardiani della rivoluzione. Tra poche settimane il presidente iraniano Hassan Rohani, sostenitore dell’accordo sul nucleare e di una relativa apertura, cercherà di farsi rieleggere alla guida del paese.

Una doppia sfida
La nuova amministrazione statunitense non tiene conto né della realtà dei rapporti con l’immensa maggioranza dei musulmani negli Stati Uniti (ovvero meno dell’1 per cento della popolazione) o nel mondo, ma neppure degli interessi strategici degli Stati Uniti, tra cui lo stesso Trump ha incluso la lotta al terrorismo.

L’atteggiamento del ristretto gruppo di ideologi intorno a Trump pone una doppia sfida. Da una parte all’establishment repubblicano degli Stati Uniti, che possiede una comprensione un po’ più fine della complessità della situazione. Tra questi c’è il presidente della camera Paul Ryan, che ha dichiarato che l’accordo sul nucleare con Teheran non sarà cancellato. Dall’altra agli europei, sempre più preoccupati dalla deriva islamofoba della nuova amministrazione, da cui devono trovare il modo di dissociarsi prima di essere trascinati nello “scontro di civiltà” auspicato da alcuni. L’Unione europea ha avuto finora un atteggiamento morbido, ma non è detto che possa mantenerlo a lungo.

Quando pubblicò il suo celebre articolo su Foreign Affairs nel 1993, Samuel Huntington mise un punto interrogativo dopo “scontro delle civiltà”. Il libro che ne seguì rinunciò a questa precauzione, suscitando un ampio dibattito critico.

Più di vent’anni dopo, tutti quelli che, in occidente come nel mondo islamico, tentano di evitare questo “scontro di civiltà” tanto profetizzato ma mai realizzato, devono constatare con orrore che oggi proprio il presidente degli Stati Uniti sta cercando di riaccendere quella miccia.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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