03 agosto 2017 13:32

C’è stata un’epoca in cui le aziende della Silicon valley, riprendendo il motto di Google, avevano come ideale quello di “non essere cattivo”– “don’t be evil”. Ma questo era “prima”. Prima del loro successo planetario e in borsa, che le ha trasformate nei becchini di alcuni alti princìpi, a cominciare da quello della libertà di espressione.

L’ultimo e clamoroso esempio è quello della Apple e di Amazon, due fari dell’era digitale, la cui capitalizzazione di borsa supera il pil della maggioranza degli stati di questo pianeta.

I due giganti statunitensi hanno accettato, senza la minima protesta, di piegarsi alle esigenze del governo cinese, accettando di rimuovere dall’App store cinese, per quanto riguarda la Apple, decine di applicazioni vpn (virtual private network), quel software che permette di aggirare i divieti su internet e, per quanto riguarda Amazon, d’imporre ai suoi clienti di smettere di usarle.

Tracce digitali
Nei paesi che impongono alti livelli di censura, come la Cina, bloccare l’accesso a migliaia di siti e servizi, che si tratti di social network stranieri come Twitter e Facebook, di servizi di posta elettronica come Gmail di Google, fonti d’informazione oppure organizzazioni giudicate ostili o semplicemente troppo critiche nei loro confronti, i vpn erano fino a oggi uno strumento tollerato per i cittadini tecnologicamente più avveduti che riuscivano a navigare in maniera relativamente libera su internet.

Per pochi dollari al mese, un vpn vi permette di confondere le piste dei vostri “tragitti” elettronici, giungendo così sul sito desiderato senza essere bloccati e neppure individuati.

La Cina ha deciso di mettere fine alla cosa, usando il pugno duro sul web cinese, vero e proprio “intranet” collegato al resto del mondo da passaggi filtrati. Pechino ha dunque domandato alla Apple e ad altre aziende straniere suscettibili di fornire l’accesso ai vpn, di conformarsi alla legislazione locale. Una cosa normale, viene da dire.

Apple si è piegata due volte alla Cina, senza protestare come aveva fatto dopo le richieste dell’Fbi

Il problema è che nel 2016, come fa giustamente notare il giornalista specializzato in tecnologia del New York Times, Farhad Manjoo, la Apple si era trasformata in paladina della libertà opponendosi a un’ingiunzione dell’Fbi che le imponeva di consegnarle le “chiavi” di uno smartphone usato da uno degli autori dell’attentato di San Bernardino. Il braccio di ferro era stato epocale e Donald Trump, allora in piena campagna elettorale, aveva perfino invitato a boicottare la Apple se l’azienda di Cupertino avesse rifiutato di collaborare con le autorità.

Alla fine l’Fbi era riuscita a forzare da sola lo smartphone del terrorista, e la questione si era sgonfiata, mantenendo l’immagine della Apple come paladina del consumatore contro le intrusioni poliziesche, anche in casi di terrorismo.

Si credeva soprattuto che uno dei punti chiave dell’atteggiamento di Tim Cooke, il direttore della Apple, fosse il fatto di non creare un precedente che permettesse alle autorità cinesi di non avanzare le stesse richieste a proposito di un dissidente.

Il New York Times aveva sottolineato:

Il successo della Apple in Cina contribuisce a spiegare perché l’azienda ingaggia oggi un braccio di ferro con il governo statunitense a proposito dell’accesso all’iPhone criptato di uno degli attentatori di San Bernardino. Per l’azienda si tratta di una questione di lungo termine. La protezione dei dati e la sicurezza sono degli elementi fondamentali per l’azienda, soprattutto all’estero, dove la Apple raccoglie i due terzi dei suoi quasi 234 miliardi di dollari d’introiti annuali. Ritiene che se collaborerà con un governo, dovrà farlo anche con tutti gli altri.

Da allora la Apple si è piegata due volte alle esigenze della Cina, senza avanzare neanche una minima parte delle proteste che avevano accompagnato le richieste dell’Fbi un anno prima. Prima aprendo un centro dati in Cina per conformarsi alle volontà di Pechino, che vuole che i dati degli utenti cinesi siano conservati nel paese, poi vietando i vpn.

Precedenti e imitatori
Il mercato cinese fa evidentemente gola a tutti i capi d’azienda mondiali. Ricordo che 15 anni fa avevo vagato per Pechino alla ricerca di un riparatore di Mac, trovandolo alla fine in un modesto appartamento dentro un grattacielo di Zhongguancun, il quartiere tecnologico della parte nord della capitale cinese. Solo i cinesi che avevano studiato negli Stati Uniti ne avevano uno. L’azienda della mela era sconosciuta nell’impero di mezzo.

Le cose sono cambiate da dieci anni, con l’iPhone, che non è solo prodotto in Cina dalle controverse fabbriche del colosso taiwanese Foxconn, ma è anche venduto in milioni di esemplari nonostante il suo costo elevato. Perfino la first lady cinese, Peng Liyuan, è stata vista mentre scattava delle fotografie con un’iPhone durante una visita di suo marito Xi Jinping all’estero, salvo poi rettificare la sua posizione, passando a un “cinesissimo” Huawei quando gli internauti se n’erano accorti.

La Apple non è l’unica azienda disposta a rinunciare ai suoi princìpi pur di accedere al mercato cinese. Basti pensare alla corte spietata, anche se finora infruttuosa, fatta da Mark Zuckerberg per ottenere il permesso di lanciare Facebook in Cina, il solo “continente” che sfugge a questo social network da due miliardi d’iscritti. Nel novembre 2016 si è scoperto che Facebook ha sviluppato uno strumento di censura destinato a eliminare alcuni contenuti in determinate zone geografiche, fatto su misura per la Cina.

Le aziende mantengono una doppia immagine: fanno sognare il mondo, ma rimangono mercanti senz’anima

La rete professionale Linkedin, oggi di proprietà di Microsoft, ha a sua volta accettato la censura pur di potersi impiantare e crescere in Cina.

Eppure la storia ha dei dolorosi precedenti. Nel 2005 il giornalista cinese Shi Tao era stato condannato a dieci anni di prigione per aver trasmesso all’estero delle informazioni vietate (aveva diffuso su un sito dissidente cinese con base all’estero le disposizioni della censura alla vigilia dell’anniversario del massacro di Tienanmen). Durante il processo, si era scoperto che l’uomo era stato identificato grazie ad alcune informazioni trasmesse da Yahoo.

Il capo di Yahoo dell’epoca, Jerry Yang, era comparso davanti a una commissione d’inchiesta del congresso degli Stati Uniti, ed era stato violentemente apostrofato da un deputato, il quale gli aveva detto “sarete anche un gigante tecnologico, ma siete un nano sul piano morale”.

Yahoo ha cercato di ripulire la sua immagine creando un fondo di solidarietà per i ciberdissidenti cinesi ma la frittata era ormai fatta: Shi Tao è stato liberato nel 2013, dopo otto anni trascorsi in prigione.

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La questione è evidentemente complessa, tra il rispetto della legge nei paesi in cui si desidera lavorare e l’esigenza morale di non piegarsi alle regole arbitrarie di una dittatura. E il dibattito non si limita alle dittature, visti a tentativi sempre più frequenti d’intrusione nei dati di chi naviga online, come hanno mostrato le rivelazioni di Edward Snowden e la collaborazione attiva della maggioranza delle aziende del settore con l’Nsa statunitense.

Il maggior paradosso è che queste pratiche sono note a tutti, a cominciare dagli utenti che ne sono pienamente consapevoli: dalle condizioni di lavoro della manodopera all’evasione fiscale, passando da margini di guadagno esorbitanti. Eppure, oggi i consumatori rimangono indifferenti, passivi, come se il possesso di questi nuovi talismani del ventunesimo secolo li privasse di senso critico.

Due o tre decenni fa le multinazionali più note della sfrenata corsa al profitto erano le aziende petrolifere e gli hedge fund del settore finanziario. Oggi i giganti della tecnologia, tra compiacenza verso i regimi autoritari ed evasione su grande scala, mantengono una doppia immagine: da una parte aziende cool che offrono servizi che fanno sognare in tutto il mondo, dall’altra mercanti cinici e senz’anima. “Don’t be evil” appartiene al passato.

(Traduzione di Federico Ferrone)