Davanti alla sinagoga di Pittsburgh dove Robert Bowers ha ucciso undici persone, Stati Uniti, il 29 ottobre 2018. (Cathal McNaughton, Reuters/Contrasto)

I social network sotto accusa dopo l’attentato a Pittsburgh

Davanti alla sinagoga di Pittsburgh dove Robert Bowers ha ucciso undici persone, Stati Uniti, il 29 ottobre 2018. (Cathal McNaughton, Reuters/Contrasto)
31 ottobre 2018 15:47

Robert Bowers, l’assassino antisemita di Pittsburgh, aveva un profilo su Gab, un social network usato dall’estrema destra negli Stati Uniti. Bowers non nascondeva le sue idee – nella sua biografia scriveva che “gli ebrei sono figli di Satana” – né l’intenzione di passare all’azione. “Vado”, sono state le ultime parole scritte prima di uccidere undici persone in una sinagoga.

Gab non è più accessibile da lunedì 29 ottobre, dopo che il provider e il suo sistema di pagamento lo hanno abbandonato. Ma il suo fondatore, Andrew Torba, ha promesso di tornare presto all’attività in nome della libertà di espressione.

Gab, fondato due anni fa, era un social network orientato politicamente, ma il discorso d’odio ha penetrato tutte le piattaforme. Martedì il New York Times ha scritto di aver trovato undicimila post cercando l’hashtag “gli ebrei hanno creato l’11 settembre” (#jewsdid911) su Instagram, il social network preferito degli adolescenti, di proprietà di Facebook. Altri utenti scrivono senza nascondersi il numero “88”, che per gli iniziati significa “Heil Hitler”.

Perché tutta questa tolleranza? Negli Stati Uniti esiste chiaramente il primo emendamento, che garantisce la libertà di parola senza limiti ma che è anche una continua fonte di incomprensioni tra le due sponde dell’Atlantico.

In ogni caso, nonostante le leggi di cui si è dotata l’Europa, non bisogna sforzarsi troppo per trovare post razzisti, antisemiti o islamofobi (a volte tutte e tre le cose insieme) sui social network. Dopo pochi clic ho trovato su YouTube un video in cui una persona si domanda se sia il caso di apprezzare Éric Zemmour, autore francese diventato il portavoce di un certo nazionalismo per i suoi discorsi sull’identità, o se invece sia giusto bocciarlo per via delle sue origini ebree. Sempre su YouTube si trovano facilmente filmati cosiddetti pedagogici che inneggiano alla gloria del regime nazista.

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Le piattaforme hanno lasciato prosperare questo universo nauseabondo perché creava traffico, prima di scoprire di essere incapaci di chiudere le saracinesche. Il mondo aperto di internet è difficile da controllare: uno degli antisemiti francesi attivi su Twitter ha creato un profilo parallelo sul social network russo VKontakte per premunirsi in caso di censura.

Diciamo le cose come stanno: il razzismo e l’antisemitismo non sono nati con i social network. Queste reti, tra l’altro, restano per molti un luogo di condivisione, di sapere e di convivialità, valori sempre più minacciati da questo clima deleterio.

I social hanno dato ai venditori d’odio una cassa di risonanza illimitata e soprattutto la sensazione di non essere soli. Emarginati dalla società, si sentono potenti grazie all’effetto branco e incitano all’azione il loro pubblico. Forse è il caso di Cesar Sayoc, accusato di aver inviato i pacchi bomba negli Stati Uniti, o del terrorista di Pittsburgh Robert Bowers.

Siamo davanti a uno dei problemi principali della società nell’era digitale, e né le piattaforme né i governi hanno trovato una soluzione. Non si tratta di censura politica, ma di impedire a queste reti nate per stringere legami di trasformarsi in armi di divisione e odio, al servizio di una minoranza attiva.

Traduzione di Andrea Sparacino. Questo articolo è uscito su France Inter.

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“Volevo capire chi sono davvero le persone che scrivono commenti carichi d’odio su internet. La cosa più difficile è stata convincerli che ero disposto ad ascoltarli senza giudicare”, dice l’autore del documentario Quelli che odiano su internet.

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