Una manifestazione contro la Brexit vicino al parlamento, Londra, 15 gennaio 2019. (Frank Augstein, Ap/Ansa)

Una storica battuta d’arresto per Theresa May e la Brexit

Una manifestazione contro la Brexit vicino al parlamento, Londra, 15 gennaio 2019. (Frank Augstein, Ap/Ansa)
16 gennaio 2019 10:06

La sera del 15 gennaio, davanti al parlamento britannico, subito dopo l’annuncio della storica sconfitta di Theresa May, si è verificata una scena sconcertante, con grida di giubilo da parte dei sostenitori della Brexit ma anche di quelli che vorrebbero restare nell’Unione europea.

Il fatto che i partigiani di idee così radicalmente opposte esultino per lo stesso risultato di un voto offre la misura della confusione che regna a Londra dopo una bocciatura eclatante dell’accordo negoziato per due anni dal governo di Theresa May con i rappresentanti dei 27 componenti dell’Unione europea.

Tra i deputati di tutti gli schieramenti che hanno inflitto a May la più umiliante sconfitta parlamentare incassata da un primo ministro dal 1924, c’è intesa solo su un punto: questo accordo non va bene.

Fine dei tempi normali
Alcuni parlamentari vorrebbero un nuovo referendum nella speranza di restare in Europa, altri chiedono una rottura più netta di quella prevista dall’accordo e altri ancora, come il leader laburista Jeremy Corbyn, vorrebbero soprattutto nuove elezioni per prendere il potere.

In tempi normali, una premier così sfiduciata su una votazione così importante si sarebbe dimessa subito dopo l’annuncio del risultato. Ma questi, nel Regno Unito, non sono tempi normali.

Il paradosso è che le stesse persone che hanno umiliato la premier il 15 gennaio, voteranno per salvarla il 16. La mozione di sfiducia presentata da Corbyn ha infatti poche possibilità di essere approvata. Gli unionisti irlandesi e i conservatori euroscettici che hanno sfiduciato May hanno già annunciato che voteranno contro la mozione laburista.

È probabile che il Regno Unito si conceda il tempo di tornare a interpellare gli elettori

In ogni caso, May si troverà nell’impossibilità di far approvare qualunque legge a un parlamento diviso, di ottenere dall’Europa le concessioni significative in cui speravano in maniera irrealistica i parlamentari conservatori e di presentare al paese disunito un progetto per il futuro.

Il presidente del consiglio europeo Donald Tusk ha twittato una frase sibillina: “Se un accordo è impossibile ma se nessuno vuole la mancanza di un accordo, chi avrà il coraggio di dire qual è l’unica soluzione possibile?”.

Tusk non ha precisato quale sia “la soluzione positiva” a cui pensa, ma evidentemente si riferiva a un nuovo referendum per chiedere al popolo di prendere una decisione.

L’unica certezza, al momento, è che la scadenza del 29 marzo prossimo ha poche possibilità di essere confermata. Un rispetto dei tempi sembra tanto più impossibile se scartiamo, come ha fatto May, un’uscita dall’Europa senza accordo, uno scenario chiaramente catastrofico.

A questo punto è probabile che il Regno Unito, dove martedì sera è andato in scena lo spettacolo di un’impasse totale, si conceda il tempo di tornare a interpellare gli elettori. È una decisione difficile da prendere per una classe politica che dovrà ammettere di aver fallito, ma nei prossimi giorni rischia di rivelarsi l’unica soluzione possibile.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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