La sala del parlamento europeo per l’assemblea plenaria. Strasburgo, Francia, 1 luglio 2019. (Vincent Kessler, Reuters/Contrasto)

L’Europa ha finalmente i suoi nuovi dirigenti

La sala del parlamento europeo per l’assemblea plenaria. Strasburgo, Francia, 1 luglio 2019. (Vincent Kessler, Reuters/Contrasto)
03 luglio 2019 11:29

Dopo l’elezione del papa, la nomina dei dirigenti dell’Unione europea è il processo più complesso del mondo. Ma a differenza di quello che succede con il conclave, in questo caso gli elementi del dibattito sono di pubblico dominio.

La seconda differenza tra la nomina dei dirigenti dell’Unione e il conclave è naturalmente che l’Europa può eleggere anche donne, ed è quello che ha fatto ieri al termine di un negoziato che ha messo a dura prova i nervi dei 27 (o 28, ancora non è chiaro).

A ottenere i due incarichi più importanti dell’Unione sono state infatti due donne: la ministra della difesa tedesca Ursula von der Leyen è la nuova presidente della Commissione e prende il posto di Jean-Claude Juncker, mentre Christine Lagarde guiderà la Banca centrale europea. Una tedesca e una francese, e non è certo un caso. A loro bisogna aggiungere il primo ministro belga Charles Michel, che sarà presidente del Consiglio europeo, e il capo della diplomazia spagnola Josep Barrel, nuovo Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri.

Durante tutto il corso della storia europea queste nomine non sono mai state facili, anche a causa di una lunga serie di parametri da rispettare. Ma in questo caso il processo è stato particolarmente complesso, per tre ragioni:

  1. Innanzitutto c’è la nuova configurazione del parlamento europeo, decisa dagli elettori a maggio. Terminato il duopolio conservatori-socialdemocratici, la necessità di formare coalizioni che comprendessero i liberali e se possibile anche i verdi ha complicato parecchio le cose.
  2. In secondo luogo hanno pesato il disaccordo franco-tedesco evidente da settimane e il fatto che un compromesso tra Francia e Germania non è più sufficiente a trovare un’intesa. L’ipotesi del socialista olandese Frans Timmermans alla guida della Commissione sembrava inizialmente accettabile, ma è stata bocciata dai conservatori che non volevano perdere la poltrona più prestigiosa dopo aver ottenuto il maggior numero di voti. Lo stesso vale per Michel Barnier, penalizzato dal veto francese nei confronti del tedesco Manfred Weber.
  3. Infine non bisogna dimenticare gli euroscettici, che non hanno avuto un peso sufficiente per bloccare tutto ma restano una forza impossibile da ignorare. I paesi dell’Europa centrale, per fare un esempio, si sono opposti a Timmermans perché li aveva accusati di essere “illiberali”.

Nonostante le difficoltà del processo decisionale, il prodotto non è stata la scelta dei minimi comuni denominatori

Queste nomine inattese dovranno superare la prova del voto del parlamento europeo, che ha il potere di rifiutare le proposte dei capi di stato e di governo, oltre che le possibili reticenze delle varie famiglie politiche che potrebbero sentirsi poco rappresentate.

Se il parlamento darà il via libera, le nomine decise ieri avranno il merito di aver assegnato gli incarichi più importanti a personalità di primo piano nei rispettivi paesi, uomini e donne politicamente favorevoli in modo chiaro al progetto europeo. Nonostante le difficoltà del processo decisionale, il prodotto non è stata la scelta dei minimi comuni denominatori, come troppo spesso è accaduto in passato.

Lunedì Emmanuel Macron aveva criticato le riunioni inutili, ma martedì ha ritrovato il sorriso.

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In ogni caso non basta scegliere volti nuovi e nomi di peso. Servono coerenza e una politica capace di convincere i cittadini europei che l’Europa lavora per loro e di dimostrare che l’Europa può avere un ruolo di primo piano in un mondo tornato a dipendere dai rapporti di forza. Questa sarà la missione del nuovo quartetto alla guida dell’Europa.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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