09 gennaio 2020 11:30

Per la seconda volta nel giro di poche settimane il Partito comunista cinese perderà un voto democratico. Naturalmente questo non avverrà nella Cina continentale, dove non esistono scrutini democratici, ma alla periferia. Due mesi fa i giovani militanti filodemocratici hanno vinto le elezioni locali a Hong Kong, infliggendo una cocente sconfitta ai leader di Pechino, convinti che una “maggioranza silenziosa” sarebbe apparsa dopo sei mesi di scontri sempre più violenti. L’11 gennaio arriverà la seconda batosta, stavolta a Taiwan.

Taiwan è “l’altra” Cina, il coriandolo di 23 milioni di anime che tiene testa al gigante di 1,4 miliardi di abitanti, diventato la seconda potenza economica mondiale. All’epoca della guerra fredda entrambi i paesi erano dittature, una comunista e l’altra filoamericana.

Tuttavia, dagli anni novanta, a Taiwan è riuscita una lodevole transizione democratica che ha trasformato l’isola in una delle società più libere del continente: al primo o secondo posto (a seconda degli anni) nella classifica della libertà di stampa di Rsf, primo paese dell’Asia ad aver legalizzato il matrimonio per tutti, teatro di diverse alternanze democratiche… Nel frattempo la Cina ha seguito il percorso inverso, con un ritorno all’autoritarismo inflessibile.

All’inizio di questa storia parallela, nel 1949, era Taipei, dove si era rifugiato l’esercito nazionalista sconfitto di Chiang Kai-shek, a voler riconquistare il continente finito in mani comuniste. I ruoli, poi, si sono invertiti, e oggi è Pechino a tentare di recuperare la provincia ribelle, mentre Taiwan si allontana in nome di un’identità autonoma, insulare e soprattutto democratica.

Le elezioni dell’11 gennaio sono diventate un test dell’atteggiamento nei confronti della Cina, ed è stato proprio il numero uno cinese Xi Jinping a fare in modo che fosse così. La curva di popolarità della presidente taiwanese Tsai Ing-wen, candidata a un secondo mandato nelle liste del Partito democratico progressista (Dpp), ne è il riflesso.

La democrazia taiwanese è viva e non ha alcuna voglia di sperimentare una condizione di cui gli abitanti di Hong Jong denunciano il fallimento

Nel 2018 il suo partito ha perso le elezioni locali, e le sue possibilità di vittoria sembravano compromesse. Ma nel gennaio del 2019 Xi Jinping ha pronunciato un discorso durissimo lasciando ai taiwanesi unicamente la scelta tra una riunificazione volontaria – in virtù del principio “un paese, due sistemi”, concetto creato nel 1997 per accogliere Hong Kong nella “madre patria” – o una riunificazione attraverso la forza. Sulla scia del discorso di Xi, la popolarità di Tsai Ing-wen è risalita.

Ma sono state soprattutto le proteste di massa a Hong Kong, esplose a giugno, a garantire il futuro successo di Tsai Ing-wen davanti al suo avversario del Kuomintang, il partito nazionalista considerato sottomesso a Pechino. A Taipei tutti i taiwanesi che ho incontrato hanno deciso di votare per la presidente uscente avendo in mente la situazione di Hong Kong, a prescindere dalla loro opinione sull’operato del Dpp. La democrazia taiwanese è viva e non ha alcuna voglia di suicidarsi né di sperimentare una condizione di cui gli abitanti di Hong Kong denunciano il fallimento. Con la sua intransigenza, Xi avrà contribuito alla rielezione della sua “bestia nera” a Taiwan, anche se conserva tutti gli strumenti di pressione nei confronti dell’isola.

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Le elezioni, inoltre, rafforzano un po’ di più l’attaccamento dei taiwanesi alla loro singolarità. Secondo i sondaggi solo il 10 per cento della popolazione è favorevole alla riunificazione con la Cina continentale, un segno del fallimento del “soft power” cinese, incapace di sedurre e ormai diventato un elemento repellente. Questo sarà il messaggio del voto dell’11 gennaio a Taiwan.

(Traduzione di Andrea Sparacino)