21 febbraio 2020 11:13

Le elezioni legislative del 21 febbraio segnano la fine dell’illusione riformista in Iran, almeno per il futuro prossimo. Da vent’anni una parte della società iraniana vive (e vota) nella speranza che sia possibile cambiare il paese all’interno di un regime teocratico, riducendo i vincoli religiosi e rafforzando le libertà individuali.

Gli iraniani ci hanno creduto a più riprese. Nel 1997 hanno eletto presidente il riformista Mohamed Khatami, ma non è cambiato molto. Nel 2009 ci hanno riprovato con la “rivoluzione verde”, ma il populista Mahmoud Ahmadinejad ha manipolato le elezioni e represso nel sangue le proteste.

Nel 2013, infine, hanno eletto il moderato Hassan Rohani, che ha permesso l’accordo sul nucleare del 2015 alimentando la speranza di una vita migliore. Sappiamo come è andata a finire: Donald Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo e ha imposto nuove sanzioni. La fiducia residua è scomparsa con l’abbattimento dell’aereo ucraino da parte dell’esercito, con tanto di smentite iniziali.

Affluenza decisiva
Questa storia complessa, segnata da una serie di illusioni disattese, provoca una smobilitazione dell’elettorato. A che serve votare se non cambia niente? In questo senso l’affluenza sarà l’unico indicatore interessante del voto. Una percentuale bassa (si parla del 25 per cento) costituirebbe un plateale gesto di disapprovazione.

Il problema è legato prima di tutto alla struttura del potere in Iran. Contrariamente alle apparenze, il presidente della repubblica e il majlis, il parlamento nazionale, non hanno il potere che dovrebbe derivare da questi titoli, e costituiscono soltanto una parte dell’edificio istituzionale posto sotto l’autorità della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei. Per fare un esempio, il generale Qassam Soleimani, capo della forza Quds ucciso da un drone statunitense il mese scorso, non obbediva al presidente ma alla guida suprema…

Dopo quarant’anni segnati da una rivoluzione ormai esausta, gli iraniani dimostrano di aspirare ad altro

In vista delle elezioni alcuni candidati riformisti sono stati neutralizzati dalle strutture di potere, lasciando campo libero all’avanzata conservatrice.

Il regime iraniano cerca di sopravvivere, assediato economicamente e messo con le spalle al muro dall’amministrazione Trump. Il margine di manovra dei riformisti si è considerevolmente ridotto.

La situazione attuale è all’origine della repressione brutale contro i manifestanti ma anche contro alcuni individui perseguitati, a cominciare dall’ambientalista iraniana-canadese Niloufar Bayani, condannata a dieci anni di carcere e atrocemente torturata, per proseguire con i due ricercatori francesi Fariba Adelkhah e Roland Marchal, detenuti arbitrariamente da tre mesi.

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Dopo quarant’anni segnati da una rivoluzione ormai esausta, gli iraniani hanno dimostrato di aspirare ad altro, ma le loro speranze di ottenere ciò che vogliono nel rispetto delle regole del sistema sembrano ormai evaporate.

Le elezioni, per il momento, non fanno più parte degli strumenti del cambiamento in Iran.

(Traduzione di Andrea Sparacino)