24 novembre 2020 10:01

Non esistono foto dell’evento storico, e uno dei partecipanti ha già smentito la notizia. Eppure non ci sono dubbi sul fatto che nel fine settimana Benjamin Netanyahu, capo del governo israeliano, sia andato in segreto in Arabia Saudita per incontrare l’uomo forte del regno wahhabita, il principe ereditario Mohammed bin Salman. Tra i presenti alla riunione c’era anche il segretario di stato di Donald Trump, Mike Pompeo.

L’obiettivo della visita di Netanyahu non è un riconoscimento diplomatico simile a quello ottenuto dagli Emirati Arabi Uniti e dal Bahrein. Uno sviluppo di questo tipo, infatti, resterà impossibile fino a quando il vecchio re Salman sarà ancora in vita e non ci sarà un accordo sui diritti dei palestinesi. Ma il giovane principe non è sulla stessa linea del padre, e porta avanti una diplomazia parallela, tanto che la ricercatrice Fatiha Dazi-Héni ha parlato di “dualismo alla guida dello stato saudita”. Secondo Dazi-Héni questo fenomeno spiega l’irritazione generata dalla fuga di notizie sulla visita di Netanyahu.

Se l’obiettivo non è un riconoscimento diplomatico, allora qual è il senso dell’incontro? La risposta non è difficile da trovare: all’origine di tutto ci sono l’elezione di Joe Biden e soprattutto l’Iran, nemico comune di Israele e dell’Arabia Saudita e collante delle nuove alleanze in Medio Oriente.

Alcuni paesi temono una svolta nella politica statunitense sull’Iran. Nell’incontro a tre fra Israele, Arabia Saudita e un’amministrazione Trump arrivata al capolinea, c’è un velato avvertimento al presidente eletto, nel caso abbia intenzione di cambiare orientamento rispetto a Teheran.

La vicenda iraniana sarà un importante test di credibilità per la nuova amministrazione

Netanyahu è stato più esplicito qualche giorno fa, quando ha dichiarato che “non bisogna tornare all’accordo sul nucleare del 2015” . Ma questo è esattamente ciò che conta di fare (o di provare a fare) Antony Blinken, futuro segretario di stato americano che faceva parte dell’amministrazione Obama quando l’accordo era stato concluso.

Nel 2015 Netanyahu aveva fatto di tutto per impedire l’intesa, senza successo. Nel 2018 Donald Trump l’ha accontentato ritirando gli Stati Uniti dall’accordo. Ora il capo del governo israeliano riparte alla carica, ma diversamente dal passato può contare su alleati arabi di peso.

Il mondo è cambiato molto dal 2015, soprattutto grazie all’ascesa di alcune potenze regionali. La Turchia è un esempio lampante. Gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, che da decenni affida la sua sicurezza agli Stati Uniti, si stanno affermando sempre di più.

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Joe Biden e la sua squadra vorrebbero ristabilire la leadership statunitense distrutta dall’attuale presidente, ma sanno che non potranno ricreare il mondo precedente a Trump. In questo senso la vicenda iraniana sarà un importante test di credibilità per la nuova amministrazione.

Intanto, per prepararsi al futuro, i capi della diplomazia di Francia, Germania e Regno Unito, ovvero gli europei che hanno firmato l’accordo sul nucleare, si sono riuniti il 23 novembre a Berlino. L’Europa chiede il ripristino dell’accordo, ad alcune condizioni.

La transizione del potere negli Stati Uniti non è ancora cominciata, ma già il resto del mondo si prepara all’era Biden. Alcuni con entusiasmo, altri meno.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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