11 gennaio 2021 09:52

Esistono due modi per affrontare la questione della destituzione (impeachment) di Donald Trump. Il primo è quello di Nancy Pelosi, la presidente della camera dei rappresentanti che rifiuta l’impunità per un presidente che, secondo le sue parole, ha “incitato all’insurrezione”. Il secondo è quello di Joe Biden, il presidente eletto, che privilegia la “riconciliazione” e teme che un processo per la destituzione di Trump possa accentuare le divisioni nel paese.

Questo dibattito dovrà essere risolto alla svelta, perché Trump lascerà la Casa Bianca tra nove giorni. La camera spera di poter votare in settimana. Se i deputati sosterranno l’impeachment, il vero “processo” contro Trump si svolgerà in senato, verosimilmente dopo la sua partenza dalla Casa Bianca.

Ma perché condannare un presidente che avrà già lasciato l’incarico? Per i democratici favorevoli all’impeachment i motivi sono due.

Evitare la ricandidatura di Trump
Il primo e più evidente è quello dell’impunità. Mentre gli autori dell’invasione del Campidoglio vengono arrestati uno dopo l’altro e saranno sicuramente condannati, sarebbe illogico che la persona responsabile di averli aizzati se la cavi senza alcuna sanzione.

Il secondo motivo è che nessun presidente degli Stati Uniti ha mai subìto due procedure di destituzione durante il proprio mandato. Il primo sarebbe Trump, che ha già affrontato la possibilità di una condanna simile l’anno scorso, per abuso di potere. Dopo l’approvazione alla camera il processo si era fermato in senato, dove serve una maggioranza di almeno 66 senatori su cento.

L’obiettivo dei democratici è quello di scongiurare, attraverso questa storica seconda procedura di impeachment, il rischio che Trump si ricandidi nel 2024. Dopo ciò che è accaduto il 6 gennaio questa prospettiva appare improbabile, ma il presidente uscente conserva ancora l’appoggio di parte dei 74 milioni di elettori che l’hanno votato. La destituzione renderebbe un ritorno ancora più difficile.

Emerge la spaccatura del paese insieme all’impatto delle menzogne ripetute da Trump sui presunti brogli

Sancendo la responsabilità diretta del presidente per il tentativo di impedire la validazione dei risultati elettorali, si mostrerebbe inoltre agli elettori repubblicani rimasti fedeli a Trump la gravità delle sue azioni. Al momento questo messaggio non sembra essere stato recepito.

I primi sondaggi, infatti, sono inquietanti. Il 68 per cento dei repubblicani non ritiene l’assalto al Campidoglio una minaccia per la democrazia, il 22 per cento approva addirittura l’iniziativa e il 77 per cento rifiuta di accettare che Trump lasci la Casa Bianca.

Da questi numeri emergono la spaccatura estrema del paese e soprattutto l’impatto delle menzogne ripetute da Trump a proposito dei presunti brogli. La maggioranza degli elettori di Trump, tra l’altro, dichiara di essere fedele all’individuo, non al Partito repubblicano.

Questo spiega il comportamento dei parlamentari repubblicani che per quattro anni hanno accettato tutto ciò che ha fatto Trump. Il 6 gennaio oltre un centinaio di eletti ha addirittura sostenuto il presidente al di là di ogni ragionevolezza nel tentativo di impedire la validazione del voto di novembre.

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Ma allora quali risultati può produrre l’impeachment in questo contesto? Parte dei democratici e alcuni (pochi) repubblicani pensano che non sia più il caso di usare i guanti e sia arrivato il momento di chiamare i faziosi con il loro nome e denunciare il presidente uscente per il pericolo che rappresenta per la democrazia. Probabilmente i complottisti non cambieranno idea, ma almeno il loro idolo sarà definitamente tirato giù dal piedistallo. Forse la democrazia statunitense ha bisogno di questo momento della verità, anche se tardivo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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