26 luglio 2022 09:51

L’isola di Taiwan finirà al centro della più importante crisi geopolitica dell’estate 2022? Spesso viene avanzato un parallelo tra la guerra in Ucraina, causata dall’invasione russa, e un possibile conflitto a Taiwan, isola con una popolazione di 24 milioni di abitanti rivendicata dalla Cina ma al momento totalmente autonoma. In realtà le due situazioni sono molto diverse, e il parallelo evidenzia rapidamente i suoi limiti.

Eppure esiste un punto in comune: entrambe le vicende rappresentano un test per la credibilità degli Stati Uniti di fronte alle potenze “revisioniste” dell’ordine internazionale, la Russia nel caso dell’Ucraina e la Cina in quello di Taiwan.

I prossimi giorni e le prossime settimane promettono di essere estremamente carichi di tensione, anche perché gli Stati Uniti si sono cacciati in una situazione in cui rischiano di risultare perdenti a prescindere da come andranno le cose.

Un viaggio controverso
Al centro del problema c’è uno scontro tra il presidente democratico Joe Biden e la presidente della camera (anche lei democratica) Nancy Pelosi. La controversia è di dominio pubblico: Pelosi intende recarsi a Taiwan all’inizio di agosto per una visita prevista ad aprile e rinviata a causa del covid, ma Biden ha dichiarato pubblicamente che secondo i militari statunitensi il viaggio di Pelosi è “una pessima idea”.

La Cina, dal canto suo, ha scatenato gli organi della propaganda contro la visita (ancora non confermata ufficialmente) facendo presente che dal punto di vista di Pechino non esiste differenza tra il ramo esecutivo e quello legislativo, dunque se Pelosi atterrerà a Taipei, per di più a bordo di un aereo militare statunitense, la Cina la considererà una “provocazione” da parte degli Stati Uniti. Il governo cinese vuole isolare al massimo Taiwan e di conseguenza accoglie con irritazione qualsiasi visita che rompa questo isolamento, che si tratti di presenze americane, europee o giapponesi.

Tutti gli analisti concordano sul fatto che a questo punto il governo cinese non può non reagire

L’esercito statunitense è preoccupato del fatto che i cinesi abbiano affermato ufficiosamente di voler rispondere militarmente alla visita a Taiwan di un personaggio politico americano così importante. Secondo Pechino, infatti, la visita di Pelosi infrange il principio di “un’unica Cina” a cui aderiscono gli Stati Uniti. Le ipotesi sulla possibile risposta cinese sono varie, da un sorvolo aereo dell’isola taiwanese di Matsu, reazione relativamente “soft”, a un’operazione dell’aeronautica cinese per impedire all’aereo americano di atterrare a Taipei, un’azione che costituirebbe un atto di guerra capace di innescare una gravissima escalation. La stampa nazionalista del Partito comunista, a cominciare dall’immancabile Global Times, irride gli americani dichiarando che non andranno mai a Taiwan perché sanno che perderebbero la faccia davanti all’esercito popolare di liberazione cinese.

Pechino non ha fornito alcuna indicazione precisa sulle sue intenzioni, ma tutti gli analisti concordano sul fatto che a questo punto il governo cinese non può non reagire, soprattutto dopo gli avvertimenti degli ultimi giorni. Una mancata risposta sarebbe uno “smacco”, tra l’altro a pochi mesi da un importante congresso del Partito comunista cinese che dovrebbe approvare il terzo mandato del leader supremo Xi Jinping e a pochi giorni dall’incontro rituale dei leader cinesi nella stazione balneare di Beidaihe, sulla costa del mar Giallo, dove di solito vengono prese decisioni importanti.

Situazione irrisolvibile
Perché Biden ha comunicato pubblicamente le riserve dell’esercito rispetto alla visita di Pelosi? La preoccupazione dei militari, evidentemente, è abbastanza forte da inquietare anche il presidente. Tuttavia rendendo la vicenda pubblica Biden ha creato una situazione irrisolvibile: se Pelosi farà un passo indietro darà l’impressione di aver ceduto alle pressioni cinesi, e non è certo nella sua indole, mentre se effettuerà la visita indebolirà ulteriormente l’immagine di un presidente già in difficoltà nei sondaggi, a poche settimane dalle elezioni di metà mandato. Il voto, previsto per novembre, si annuncia particolarmente difficile per i democratici in un contesto segnato dall’inflazione e dalla polarizzazione politica.

Al centro della vicenda c’è il problema della strategia di Washington sulla Cina. La guerra in Ucraina non ha cambiato l’ostilità degli Stati Uniti rispetto all’ascesa della potenza cinese, che resta una preoccupazione prioritaria. L’equazione cinese non è necessariamente simile alla sfida portata dalla Russia in Ucraina, e di sicuro i militari americani non hanno voglia di aprire un secondo “fronte” simultaneo. Nemmeno l’economia mondiale ha bisogno di altre tensioni, tanto che l’amministrazione Biden, nel tentativo di smorzare l’inflazione, stava studiando la possibilità di cancellare alcune sanzioni imposte da Donald Trump ai prodotti cinesi.

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Il test di credibilità sarà dunque importantissimo. A giugno Biden aveva fatto scalpore quando, a Tokyo, aveva dichiarato che gli Stati Uniti sarebbero intervenuti per difendere Taiwan in caso di invasione cinese, rompendo in questo modo con “l’ambiguità strategica” mantenuta abitualmente dagli Stati Uniti su questo tema. Si era trattato di una gaffe o di un messaggio preciso? La Casa Bianca aveva comunque ridimensionato quelle dichiarazioni. Stavolta, però, un passo indietro sotto la minaccia cinese sarebbe inevitabilmente interpretato, a Pechino e a Taipei, come un segnale del fatto che la determinazione americana per la difesa di Taiwan non è così forte e può dipendere dalle circostanze.

In un momento in cui si rimettono in discussione gli equilibri mondiali, la minima crisi si trasforma in un test della credibilità di ogni superpotenza. Il contrasto sul viaggio di Nancy Pelosi avrebbe potuto essere risolto in modo discreto tra esponenti politici dello stesso partito. Ma così non è stato. Ora a Washington dovranno gestirne le conseguenze, militari o politiche che siano. La “questione Taiwan” è una delle più complesse ed esplosive della nostra epoca.

(Traduzione di Andrea Sparacino)