Lavoratori migranti di un cantiere navale ritornano ai loro dormitori dopo una giornata di lavoro a Singapore, aprile 2017.

Un visto di lavoro è più utile degli aiuti allo sviluppo

Lavoratori migranti di un cantiere navale ritornano ai loro dormitori dopo una giornata di lavoro a Singapore, aprile 2017.
24 aprile 2018 10:13

Un rapporto pubblicato di recente dal Centre for global development contiene un’affermazione sorprendente e in un certo senso allarmante. Dai dati di numerose ricerche è emerso che perfino i migliori programmi internazionali di lotta alla povertà sono stati 40 volte meno efficaci di una maggiore mobilità lavorativa per far ottenere salari migliori ai cittadini dei paesi poveri. In altri termini, e abbandonando il gergo economico, per ridurre la povertà i visti di lavoro funzionano di più e più rapidamente del migliore dei programmi internazionali di sviluppo.

Perciò il visto, con la sua promessa di mobilità, è una delle poche cose che, da sole, hanno l’enorme potere di contrastare la povertà globale.

Tuttavia ciò che è vero non sempre è ben accolto dall’opinione pubblica, e questo è di sicuro il caso dei visti. Eppure l’enorme discrepanza tra l’efficacia dei programmi di aiuto internazionali e i risultati ottenuti grazie ai visti di lavoro è piuttosto allarmante.

Una ricerca pubblicata dalla rivista Science sottolinea che programmi intensivi e ben calibrati destinati a paesi poveri come il Pakistan e l’Etiopia sono riusciti a ridurre la povertà nonostante siano molto costosi da attuare. Nessun accenno al fatto che i visti di lavoro e l’accesso ai mercati del lavoro funzionino meglio.

Perle di saggezza
Non c’è da sorprendersi per questa omissione. Come hanno evidenziato altre ricerche, l’infrastruttura degli aiuti dipende da esperti occidentali che decidono come e cosa i paesi dovrebbero fare per sottrarsi alla loro persistente povertà. Anche se il gergo dello sviluppo si è sviluppato includendo termini come “coinvolgimento locale” e “apporto della comunità”, nessun progetto è completo senza i messaggeri dell’occidente che arrivano a impartire le loro perle di saggezza.

Il meccanismo si basa su una gerarchia con al vertice i paesi donatori e i loro esperti. La cosa è ancora più evidente durante le conferenze dedicate ai progetti di sviluppo; in un esempio citato nel rapporto (ma che ricorre ovunque), un organizzatore ha dovuto penare molto per garantire che almeno un relatore arabo fosse incluso in un panel sullo sviluppo in Medio Oriente e nella regione nordafricana.

Il problema non sono solo i panel e gli esperti, ma anche l’impatto di questi interventi sulle popolazioni locali. Prendiamo per esempio la questione della capacity building, un’espressione usata quando gli aiuti erogati alle comunità povere si rivelano inefficaci.

A quel punto arriva la capacity building, ossia l’introduzione di competenze come la gestione finanziaria, l’imprenditorialità eccetera che, in via del tutto ipotetica, potrebbero consentire risultati migliori e dimostrare che tutto sommato i programmi di sviluppo sono efficaci. Poche iniziative di capacity building in realtà mantengono la promessa di ottenere risultati migliori.

Il desiderio di un individuo di cambiare le sue condizioni di vita è il più prevedibile fattore di successo nella sconfitta della povertà

Il motivo è semplice. Contrariamente all’assunto in base al quale i programmi di aiuto esistano solo ed esclusivamente per eliminare la povertà al livello globale, il sistema di aiuti internazionali si basa anche su una presunta superiorità morale: quella dei donatori, che avendo e sapendo più degli altri si presentano disposti a offrire assistenza senza aspettarsi molto in cambio. Sono gli altruisti del mondo, ai quali la purezza di intenti conferisce un’autorità che nessun altro possiede. Possono affermare di fare del bene senza aspettarsi assolutamente niente in cambio.

In quest’ottica, lo scopo dei programmi di sviluppo potrebbe non essere in realtà quello di ridurre o eliminare la povertà, ma piuttosto quello di consentire l’esistenza di questa gerarchia morale. In base a essa, i poveri non sono solo da compatire, sono anche carenti dal punto di vista morale, spesso troppo pigri o privi di iniziativa per riuscire a tirarsi fuori dalle loro sfortunate condizioni. Sono gli ignobili in perenne attesa delle elemosine dei buoni e dei nobili.

Consentire qualche programma di mobilità di manodopera smantellerebbe questa struttura, la cui valenza morale consente all’occidente di giustificare guerre, restrizioni commerciali e tutto ciò che rende possibile il mantenimento dell’egemonia occidentale. La ricerca dimostra come il desiderio di un individuo di cambiare le sue condizioni di vita, accompagnato alla possibilità di avere un visto di lavoro ,è il più prevedibile fattore di successo nella sconfitta della povertà.

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E mentre i professionisti dello sviluppo continuano a creare sistemi di misura per questo o quello e misurano l’efficacia degli interventi attraverso complessi modelli statistici, vengono ignorati questi dati di fatto basilari che indicano una strada migliore rispetto al sistema degli aiuti internazionali.

Perfino quando le piattaforme virtuali di comunicazione consentono di organizzarsi e discutere al di là dei confini nazionali e continentali e dei fusi orari, quando i voli ci mettono a disposizione il mondo intero e rendono regolare il superamento delle frontiere, i paesi occidentali continuano a basarsi su premesse arcaiche secondo cui le frontiere sono reali, le differenze razziali e religiose sono una minaccia, oltre che le basi su cui vengono distribuite le opportunità.

Non è allora la carenza di competenze o di spirito di iniziativa dei contadini in Africa subsahariana o dei pastori in Etiopia a spiegare la persistenza della povertà globale, ma l’impossibilità per loro di viaggiare liberamente per andare a lavorare dove il lavoro è disponibile.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è stato pubblicato sul settimanale pachistano Dawn.

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