La carovana dei migranti sul ponte che segna il confine tra Guatemala e Messico, a Ciudad Hidalgo, il 20 ottobre 2018.

La carovana dei migranti va avanti inseguendo un miracolo

La carovana dei migranti sul ponte che segna il confine tra Guatemala e Messico, a Ciudad Hidalgo, il 20 ottobre 2018.
23 ottobre 2018 11:19

Migliaia di migranti provenienti da Honduras, El Salvador e Guatemala hanno formato una carovana in marcia verso gli Stati Uniti. Partiti il 13 ottobre, il 21 ottobre sono arrivati al confine con il Messico, hanno sfondato le barriere e sono entrati in territorio messicano.

Sono tremila, quattromila, seimila honduregni. Forse di più: nessuno può più contarli. Sul cammino si sono aggiunti alcuni guatemaltechi e salvadoregni. La settimana scorsa, in risposta a un messaggio lanciato sui social network, hanno deciso di lasciare tutto per formare una carovana partita da San Pedro Sula e diretta verso gli Stati Uniti.

Insieme formano un esercito in assetto di guerra. Marciano verso una terra promessa, una terra di mitica abbondanza dove c’è lavoro e sicurezza per tutti. Cantano inni, sventolano bandiere, gridano slogan. Credono nella forza della massa. “Si può fare.”

Ma sono allo stesso tempo un esercito allo sbando, sfinito, sconfitto, ostacolato su tutti i fronti, in cui ciascuno fugge per salvare l’ultima cosa che ha: la vita. È composto da umiliati, espulsi, scacciati che non possono tornare al loro luogo d’origine. Più che migranti, sono profughi. Le interviste che hanno rilasciato ai vari mezzi d’informazione rivelano le loro tragedie: nonne che camminano con le loro nipoti, persone sulla sedia a rotelle, adolescenti fuggiti da casa.

Mentre avanzano sotto il sole e la pioggia, dormendo nei rifugi o nelle strade di Città del Guatemala o Tecún Umán, mangiando ciò che gli abitanti gli offrono, parlano con i giornalisti che scrivono del loro tragico viaggio. Di solito i migranti cercano di passare inosservati. Perché nessuno sappia dove stanno andando o perché se ne stanno andando. Questa carovana è l’opposto: la fuga è anche un manifesto, una protesta. È ora di gridarlo in modo che tutti lo sappiano: non si può vivere in America Centrale se si è poveri.

Le reazioni dei leader politici del nord e del sud mostrano, ancora una volta, che vivono in una realtà parallela. Donald Trump è stato il più veloce a twittare minacce e sciocchezze. Ha minacciato il presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernández, di tagliare gli aiuti se non avesse riportato indietro la carovana. Ha minacciato Guatemala ed El Salvador usando gli stessi termini se avessero lasciato passare i profughi. Ovviamente, questo non ha avuto alcun effetto: non c’è modo di fermare quel serpente di persone. I timidi posti di blocco delle autorità del Guatemala e del Salvador sono stati immediatamente sopraffatti dal numero e dalla determinazione degli honduregni.

Miopia e malafede
Dopo le stesse minacce al Messico, Trump ha ricordato che sfruttare la paura nei confronti dei migranti è ancora la sua arma migliore per le prossime elezioni di metà mandato del 6 novembre negli Stati Uniti. Ha affermato che è il Partito democratico a guidare la carovana e che tra i suoi partecipanti ci sono molti criminali. Il vicepresidente, Mike Pence, ha seguito la corrente e twittato che il suo paese non tollererà questo aperto attacco alla sua sovranità. Miopia e malafede a cui siamo già abituati.

Ovviamente, non hanno menzionato le cause che spingono i migranti a lasciare l’America Centrale: la fame, la disoccupazione, la siccità, la violenza delle bande, la corruzione appoggiata dallo stesso governo Trump sia in Guatemala sia in Honduras. Né hanno parlato dei motivi che spingono i migranti verso gli Stati Uniti: un’economia fiorente, drogata dai tagli fiscali di Trump, che ha disperatamente bisogno di mano d’opera. Per fare un esempio, chi, se non i migranti centroamericani, ricostruirà i danni lasciati dagli uragani Michael e Florence?

Migrante, figlio di immigrati, l’ambasciatore ha ribadito che chi attraversa illegalmente la frontiera sarà arrestato e deportato

Il 18 ottobre l’ambasciatore degli Stati Uniti in Guatemala, Luis Arreaga, ha pubblicato un video sui social network. Arreaga è nato e cresciuto in Guatemala prima di andare, a 18 anni, negli Stati Uniti, dove ha potuto intraprendere la sua carriera diplomatica. Il post, per la sua scarsa qualità e la sua strana inquadratura, ricorda quei video in cui un ostaggio è costretto a leggere una dichiarazione scritta dei suoi rapitori.

Migrante, figlio di immigrati, l’ambasciatore ha ribadito che chi attraversa illegalmente la frontiera sarà arrestato e deportato, che il confine è più sorvegliato che mai, che i migranti non riusciranno nel loro tentativo, che mettono le loro famiglie a rischio se insistono, che farebbero bene a tornare alle loro case. C’è qualcosa nel suo tono e nella ripetizione delle parole che ricordano una pessima pellicola di fantascienza.

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L’ambasciatore assicura, senza ironia, che gli Stati Uniti stanno investendo centinaia di milioni di dollari nella creazione di nuove opportunità nei paesi dell’America Centrale. A chi sono indirizzate le sue parole? Chi spera di convincere? Pensa davvero che una persona minacciata dalle bande, o che ha di nuovo perso il suo raccolto, o che non riesce a trovare lavoro, tornerà indietro quando vedrà il suo messaggio? I migranti della carovana sono molto oltre questi discorsi e argomentazioni. Questa è una fuga. Sono oltre la disperazione.

Gli honduregni della carovana non possono tornare indietro. Lì li aspettano pallottole, minacce, fame e malattie. Sanno anche che le possibilità di arrivare sono minime, che le porte sono chiuse, che possono incappare nell’esercito come promesso da Trump, o che gli possono strappare i bambini dalle braccia. Più che un’opportunità, si aspettano un miracolo.

(Traduzione di Stefania Mascetti)

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano salvadoregno El Faro.

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