Un concerto di Sade a Berlino, il 4 marzo 2010.

Il ritorno di Sade, la regina della precisione e del minimalismo

Un concerto di Sade a Berlino, il 4 marzo 2010.
08 aprile 2018 10:16

Come tante altre persone, ho reagito con entusiasmo alla notizia che la regista cinematografica Ava DuVernay aveva convinto Sade a registrare un nuovo brano originale, il primo dopo otto anni, per il film Nelle pieghe del tempo. DuVernay lo ha annunciato su Twitter, scrivendo: “Non credevo che avrebbe accettato, ma gliel’ho chiesto lo stesso. È stata gentile e disponibile. Una dea”.

È quello che tutti noi pensiamo di Sade. Che sia una dea, una regina. Ma dietro tutto questo, naturalmente, c’è la persona reale: Helen Folasade Adu, nata in Nigeria nel 1959, figlia di un docente universitario nigeriano e di un’infermiera inglese. Dopo la separazione dei genitori, si è trasferita in Inghilterra con la madre e il fratello, ed è cresciuta a Essex ascoltando Curtis Mayfield, Donny Hathaway e Bill Withers. Quando era adolescente ha visto i Jackson Five al Rainbow theatre di Finsbury park, a Londra, dove lavorava come barista: “Ero incantata dal pubblico. C’erano bambini, mamme con i figli, persone anziane, bianchi, neri. Ero davvero commossa. Questo è il pubblico che ho sempre voluto avere”.

Aveva studiato moda e lavorato come indossatrice per un po’ prima di diventare cantante, ma non è mai stata la solita modella che a un certo punto si è data alla musica. Per tre anni, dal 1981 al 1984, è stata in tournée con il gruppo soul londinese Pride, fino a quando Smooth operator, la canzone più importante che Sade aveva contribuito a scrivere, attira l’attenzione delle case discografiche. Rifiuta di abbandonare i suoi compagni e firma con la Epic solo quando l’etichetta accetta di prendere anche Stuart, Andrew e Paul. Insieme diventano la band che conosciamo con il nome di Sade.


Questo era il periodo sulla scia del post punk, quando a Soho si era sviluppata una scena musicale intorno al Wag club, locale aperto nel 1982, che era diventato il ritrovo di gente vestita con lunghe giacche a spalle larghe e pantaloni a vita alta, a cui piaceva ballare al ritmo di sonorità che mescolavano latin jazz, northern soul, funk e hip hop, a differenza di quanto succedeva nei locali del West End che passavano i pezzi ai primi posti delle classifiche. Mentre i punk si compiacevano dell’essere dei reietti, gli appassionati del new soul e del new jazz, come i new romantic, erano più ispirati dalle parole di Oscar Wilde: “Siamo tutti immersi nel fango, ma alcuni di noi guardano le stelle”.

Diamond life, il primo album di Sade, uscito nel 1984, ha incarnato in larga parte questa scena musicale ed è un disco sofisticato fatto da persone che nella vita erano partite da posizioni svantaggiate e lottavano per farsi strada. “Siamo assetati di una vita che non ci possiamo permettere”, cantava, “siamo assetati e non ci arrenderemo”. C’è una canzone dedicata all’Esercito della salvezza e al suo impegno nel sostenere chi era rimasto schiacciato dallo spietato capitalismo degli anni ottanta (“Sta facendo il nostro sporco lavoro”) e una cover del brano di Timmy Thomas Why can’t we live together, un appello all’integrazione razziale e sociale (“Non importa, non importa di quale colore, sei sempre mio fratello”).

E poi c’è Smooth operator, un brano sul marciume delle città, tra immoralità e glamour, con un testo che ho sempre considerato molto vicino ai Roxy Music: “Si muove nello spazio con il minimo sforzo e il massimo piacere / le luci della città e le nottate d’affari / quando ti serve un passaggio per arrivare più in alto”.

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C’era qualcosa di rétro nel loro suono, un’atmosfera soul e jazz che va ricollegata al produttore Robin Millar (che ha prodotto anche i primi due album degli Everything but the Girl). Innamorato della semplicità e degli strumenti acustici, il suo punto forte era l’arrangiamento: “Alla seconda strofa vai con le congas”, era una battuta che avevamo l’abitudine di fargli. Ha avuto un enorme successo con Sade e fin dall’inizio della sua carriera la band ha creato uno stile, a livello di sonorità, da cui non si è praticamente mai allontanata.

Capitava d’incontrarli ai Power plant studios e anche se il loro gusto nel vestire e il loro stile potevano mettere soggezione, in realtà erano gentili e alla mano. Una volta Sade mi ha detto che la mia voce le ricordava il modo in cui Chet Baker suonava la tromba. Ci teneva a sottolineare che non si riferiva a come cantava ma a come suonava, cosa che riteneva fosse un complimento più grande. L’ho preso come tale, e sono rimasta colpita dalla sua precisione. Ho capito quanto fosse attenta ai particolari.

Come cantante, Sade ha un timbro unico. La sua voce ha un suono triste, una propensione a tenere le note lunghe, quasi senza vibrato. È precisa nella dizione. Non ci sono virtuosismi o salti improvvisi di ottave. E ci sono due tonalità ben precise: una morbida con una leggera raucedine nelle note basse, e una più alta ed energica che porta una durezza essenziale e introduce nelle sue interpretazioni l’unico tocco graffiante.

Ma naturalmente non si può parlare di Sade senza fare riferimento al suo aspetto. Non si è mai trattato solo della sua bellezza, ma anche del suo portamento fiero. La sua eleganza e compostezza sono un lascito della scuola di moda. Sapeva sempre quali fossero i jeans giusti. Riusciva ad apparire originale anche indossando un trench, e a portare enormi orecchini a cerchio come se fossero i gioielli della regina.

L’intera carriera di Sade racconta una storia di precisione e minimalismo

La moda di quel periodo prevedeva che le donne della scena pop fossero più vestite di quanto lo siano oggi. Le Bananarama erano considerate sexy nelle loro salopette, e Annie Lennox era bellissima, in modo androgino, in un completo da uomo. Chi faceva soul, comprese le donne, metteva pantaloni larghi ai fianchi e stretti alle caviglie, camicie dai colori sgargianti infilate nei pantaloni, giacche corte, cravatte a farfalla e cappelli di feltro. Nonostante la bellezza di Sade, è sorprendente quanto usasse poco la sua sensualità. Sulla copertina di Love deluxe è nuda, ma con le braccia conserte così da non far vedere nulla: è una foto stilizzata più che erotica, un esercizio artistico e non di seduzione. Si tiene stretta con gli occhi chiusi ed è evidente che nessuno le si può avvicinare.

Sade spesso dava l’impressione di essere irraggiungibile e intoccabile: che messaggio poteva essere più potente da parte di una giovane donna nera? Non appartiene a nessuno, non deve nulla a nessuno se non a se stessa, tiene a bada gli sguardi degli uomini, li distoglie e li controlla. Il gruppo portava il suo nome e, dietro quel riserbo che sembrava un misto di timidezza e forza, c’era un nucleo di acciaio che teneva insieme tutto.

Mi disturba come, nonostante il suo enorme successo a livello internazionale, questa band venga sempre trascurata quando si narrano la storia e i trionfi della musica britannica. La sua influenza negli Stati Uniti è evidente: artisti come Rakim, Kanye West e Beyoncé hanno espresso rispetto e amore per il suo lavoro. Negli anni ottanta spopolava nelle stazioni radio specializzate in smooth soul, musica perfetta per fare sesso piuttosto che proteste.

Flower of the universe, Sade


Ma Sade spesso faceva entrare la politica nelle sue canzoni. Nei suoi testi non si parla di yacht, champagne o limousine. Come compositrice, Sade è un prodotto del realismo sociale degli anni ottanta. Cantava della regina Gezabele, che “non era nata con la camicia” ma che lottava ed era anche lei una sopravvissuta: “Ogni inverno era una guerra, diceva, voglio prendermi quello che è mio”. Sia Slave song sia Immigrant affrontano il tema del razzismo in modo esplicito: “Non sapeva cosa volesse dire essere nero / finché non gli concessero il cambiamento che chiedeva / ma senza volergli stringere la mano”.

L’intera carriera di Sade racconta una storia di precisione e minimalismo, dai capelli perfettamente pettinati all’indietro ai soli sei album pubblicati in 26 anni. È rimasta incredibilmente riservata, di rado concede interviste ed evita i programmi dove si fanno chiacchiere da salotto. Quello che fa, però, è andare in tournée ogni volta che esce un album, perché sente che le canzoni sul palco prendono vita. È stata definita una reclusa: ma questo significa solo che non sta facendo il gioco di nessuno, e che non sta vivendo la vita di nessun altro se non la sua.

(Traduzione di Caterina Benincasa)

Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale britannico New Statesman.

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