Le Haim in concerto ad Austin, Texas, il 10 marzo 2018.

Sono 35 anni che a scrivere di me sono solo uomini

Le Haim in concerto ad Austin, Texas, il 10 marzo 2018.
12 maggio 2018 08:58

Di sicuro sapete della sfida lanciata su Twitter dalla scrittrice Whitney Reynolds, che ha chiesto alle donne di descriversi come farebbe uno scrittore uomo. Ci sono state migliaia di risposte divertite di donne.

Ho pensato di postare anche io un esempio, ma poi mi sono resa conto di non dovermi sforzare troppo: sono più di 35 anni che mi descrivono dei giornalisti.

Katy Waldman è intervenuta sul New Yorker sottolineando come questa sfida abbia messo in luce i cliché della scrittura maschile: per esempio “una prosa che si sofferma sulle imperfezioni fisiche del personaggio femminile. E accompagnata da un senso di autocompiacimento, come se l’autore meritasse un riconoscimento per il semplice fatto di avere come oggetto della sua prodezza descrittiva una persona che non rispecchia i canoni di bellezza convenzionali”.

E, ragazzi, ha davvero colpito nel segno. Sì, ho pensato, è esattamente così che sono stata descritta, fin troppe volte per ricordarne il numero, talmente tante che ormai ho praticamente smesso di farci caso. Ecco qualche esempio, non sono citazioni letterali, ma ci si avvicinano.

La pelle dura
“Non convenzionalmente bella, Thorn risulta in qualche modo comunque stranamente attraente”, “Il suo viso non è tecnicamente bello, ma ha una risata coinvolgente”, “La sua intelligenza traspare attraverso i suoi strani lineamenti”. Spesso ciò che è più irritante non è tanto il sentore di insulto, quanto il fatto di essere totalmente fuori tema. “Non indossa trucco” (oddio, ma certo che sono truccata). “Indossa una sorta di grembiule informe” (è Comme des Garçons, porc…).

Non cerco compassione. Ho la pelle molto più dura di quanto non crediate, non a caso sopravvivo in questo settore da così tanto tempo. Ma il punto è che per le donne, nel mondo della musica, fa parte del gioco essere descritte soprattutto dagli uomini.

Qualche settimana fa, mentre ero in viaggio a Bruxelles e Parigi per rilasciare delle interviste, sono rimasta di nuovo sconcertata di fronte al fatto che non ci fosse nemmeno una giornalista a intervistarmi sul mio album – di cui tutti scrivono come “nove pezzi femministi che spaccano”. Quando il quattordicesimo uomo ha varcato la soglia, mi sono definitivamente demoralizzata. A volte sento di non poterne più di insistere, ma non mi capacito di come certi aspetti di questo lavoro rimangano dominati dagli uomini.

Perfino gli stessi giornalisti a volte hanno l’onestà di notarlo. Un uomo dall’aspetto giovanile (ma non così giovane) mi ha detto che ero la terza donna che avesse mai intervistato, lasciandomi senza parole. Se guardo le mie playlist di quest’anno o poco più, sono dominate da SZA, Angel Olsen, Lorde, St Vincent, Mabel, Shura, Warpaint, Savages, Solange, Kate Tempest, Tove Lo, Susanne Sundfør, Janelle Monáe, Jessie Ware e Haim, quindi direi che la questione non è la mancanza di grandi donne.

Più ti ritrovi sempre nella minoranza, più ti senti un pesce fuor d’acqua

Mi è stato chiesto di parlare a un evento musicale e quando mi hanno inviato il programma provvisorio della rassegna non ho potuto evitare di notare che, nell’arco di tre giorni, erano previsti gli interventi di cinquantasei uomini e sette donne. Il numero finale potrebbe contenere un miglioramento, ma il fatto resta. Si può riscontrare questo assurdo squilibrio nei numeri di qualsiasi festival.

Sono gli organizzatori che non le invitano? Oppure, nel caso di questi eventi-dibattito, le donne spesso sentono di non “saperne” abbastanza? È un circolo vizioso, il modo in cui gli uomini e la loro musica riescono a mettere in soggezione. Più ti ritrovi sempre nella minoranza, più ti senti un pesce fuor d’acqua. I negozi di dischi mi facevano questo effetto quando ero adolescente: erano posti dove i ragazzi si incontravano e ti guardavano come se non sapessi distinguere tra Pink Floyd e Pink Flag.

Anche le mie canzoni sono state descritte da giornalisti, che in alcuni casi le hanno interpretate male. Nel mio nuovo album ce n’è una intitolata Guitar. Nel testo c’è un ragazzo, ma è secondario – è una dichiarazione d’amore alla mia prima chitarra Les Paul. Questo aspetto non ha nemmeno sfiorato un paio di critici (uomini) che l’hanno interpretata come una canzone che parla di un ragazzo.

È lì il problema, no? Perdete qualcosa quando escludete le donne, o le osservate attraverso le lente della bellezza fisica, o date per scontato di essere al centro di ogni storia, di ogni canzone.

Scommetto che state pensando che questo articolo sia su di voi.

(Traduzione di Mariachiara Benini)

Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale britannico New Statesman.

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