È uscito Exmachina. Storia culturale della nostra estinzione 1992 (minimum fax), il nuovo saggio di Valerio Mattioli, che dopo Noisers e Superonda espande il suo modo di fare critica musicale: ibrido, fantasmatico e divulgativo. L’introduzione è scritta da Simon Reynolds, forse l’ultimo critico musicale ad aver prodotto una teoria unificante – Retromania – che ormai ha la strana qualità di essere un libro imprescindibile e fossile allo stesso tempo, che spalanca l’archeo-futuro a cui si dedica Mattioli. Attraverso l’osservazione di cosa sono stati Aphex Twin, Autechre e Boards of Canada nel loro primo manifestarsi e cospirare a favore di una musica da ballo intelligente, Mattioli parla dei nessi tra tecnologia, memoria e conjuring del futuro (in italiano si dice evocazione, ma è una parola che dentro ha più santi e magia benigna).


Può risultare una lettura paradossale in un contesto che tutto fa tranne che disincarnare l’Artista: tutti gli algoritmi non ci hanno liberato dai corpi, e l’estinzione di un certo modo di fare esperienza della musica – attraverso l’acquisizione di oggetti fisici, con paratesti connessi – avrà fatto sparire i supporti, ma non l’Artista appunto, che è tale anche senza scrivere canzoni. Per questo è liberatorio leggere nel finale: “Per come la vedo io, il pop resta innanzitutto musica registrata – un contenuto immateriale e privo di una vera fonte, da consumare nella totale, spudorata, beata indifferenza nei confronti delle reali ragioni per le quali tale contenuto è stato prodotto”. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1448 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati