Io e mia moglie abbiamo una discussione in corso: controllare lo smartphone di un figlio di dodici anni è cura o invasione? E cambia qualcosa se lo fai di nascosto? –Nicola e Michela
La discussione che state facendo è sana, perché indica che entrambi state prendendo sul serio un tema, quello della vita digitale dei bambini, in cui il pericolo più grande deriva dal non occuparsene. A dodici anni lo smartphone non è più un giocattolo, ma non può essere nemmeno un’estensione neutra della sua libertà: è un luogo, e come tutte le altre dimensioni in cui vive vostro figlio, va attraversato con cautela e con l’aiuto dei genitori. Controllare il telefono può essere cura, ma solo se è dichiarato, condiviso, inserito in un patto: “Ogni tanto guardiamo insieme”, “se succede qualcosa ne parliamo”, “finché sei piccolo la responsabilità è anche nostra”. In questo senso non è sorveglianza, è accompagnamento. Diventa invasione quando il controllo serve più a placare l’ansia degli adulti che a proteggere il ragazzo. Farlo di nascosto, invece, cambia tutto. Anche se non trovate nulla, la premessa su cui si basa quel gesto è sbagliata e rischia di incrinare qualcosa tra voi e lui, la fiducia, che a dodici anni è fragile e preziosa. E non è che vostro figlio non possa sbagliare, ma deve imparare cosa significa essere seguito senza essere spiato. Proteggere non vuol dire sapere tutto: vuol dire restare abbastanza vicini da essere chiamati quando qualcosa fa paura. E questo non si ottiene controllando il suo telefono di notte.
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Questo articolo è uscito sul numero 1647 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati




