Giuseppe Conte è sul serio un Nessuno finito fra troppi Qualcuno. Ma lo è al modo di Ulisse quando Polifemo gli chiede: come ti chiami; e lui risponde: Nessuno. Pareva un gentile professore, quando i cinquestelle lo hanno preso all’amo. Niente militanza, niente partito con annessa visione politica, nemmeno un po’ di gavetta in qualche giunta locale. Il suo compito doveva essere presiedere in modo decorativo qualsivoglia consiglio dei ministri, di destrinistra, di sinisdestra. Ma Conte ha fatto fuori Salvini, ha appannato Di Maio, se l’è cavata con la prima ondata di covid, ha strappato all’Europa la promessa di un bel po’ di euro, sta saettando decreti e soldi emergenziali contro gli effetti della seconda ondata del virus. Insomma oggi è principe nuovo di un principato stravecchio che da tempo si va sgretolando. Ovvio che tante figure e figurine, nei partiti e nei mezzi d’informazione, non vedano l’ora di tagliargli le gambe. Anche perché Conte è di multiforme ingegno. Passi per il diritto, l’economia, la scienza. Su La lettura lo trovate anche che, conversando intorno alle opere di Claudio Magris con Magris stesso, cita con competenza Ernst Bloch e la Ungleich­zeitigkeit , Marcel Proust contro Sainte-Beuve, l’arte di disincantarsi senza disamorarsi. Dove lo troviamo, in quattro e quattr’otto, un altro così? La politica dei Qualcuno è verde di bile e dispone tagliole.

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Questo articolo è uscito sul numero 1387 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati