Forse è questione di spazi. Il mare è acqua e solo acqua. Ce l’abbiamo nella memoria com’è d’estate, quando persino le mareggiate sono belle. Se uomini, donne e bambini ci annegano, lo spreco delle vite si compie fuori campo, lontano dagli occhi e lontano dal cuore. La distesa marina è ampia, sott’acqua non ci sono telecamere, a noi arrivano solo immagini di salvazione e approdo. Allora mormoriamo davanti alla tv, a cena, tra una forchettata e l’altra: poverini, ah che viaggio periglioso, quante sofferenze. Oppure borbottiamo rissosi, sempre tra una forchettata e l’altra: sì, bravi, lasciateli sbarcare; ma, santamadonna, dieci oggi, cento domani, mille dopodomani, questa è un’invasione. Diverso è lo spazio d’oggi tra Polonia e Bielorussia. L’orrore è perimetrato. Sera dopo sera vediamo in tv, a ridosso di vortici di filo spinato, un lungo cordone di cenci spolverati di brina. Quei cenci sono uomini donne e bambini. Soffrono e muoiono davanti alla porta di casa nostra, bombardati con acqua polacca in modo che, bagnati, gelino meglio e i corpi che coprono si ammalino e muoiano di più. Evocano di tutto: la ferocia dell’interesse nazionale, i giochi spietati dei patrioti, le facce miserabili di chi, al sicuro, li sposta come pedine sulla scacchiera geopolitica. L’unica cosa che quegli esseri umani non fanno venire in mente è l’invasione.

Questo articolo è uscito sul numero 1436 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati