Per ora la guerra ci ha insegnato inutilmente quello che inutilmente sapevamo già:

1) il pesce grande divora quello piccolo a meno che non ce ne sia uno con fauci molto robuste che vuole ingoiare entrambi;

2) noi esseri umani, che forse dai pesci veniamo, facciamo fatica anche solo a immaginare che si possa vivere in pace senza preventivamente mostrare i denti o associarci a chi i denti ce li ha;

3) per non svelare troppo a noi stessi la nostra ferinità, ci rappresentiamo spudoratamente la guerra come bisogno di pace tra azzannatori, i quali, al fine di raggiungerla, squarciano gole;

4) per lo stesso motivo siamo – ma cautamente – sempre dalla parte degli azzannati, a patto però che ci somiglino, se no ci schieriamo, seppur dubbiosi, con le ragioni di quegli azzannatori che, per storia, cultura e interessi economici, sentiamo come il nostro vero unico prossimo;

5) poiché le zanne altrui spaventano e l’allarme allarma, la tendenza è pacificare e pacificarci andando di corsa, alla lettera, sotto le armi, vale a dire sotto cupole attrezzate in modo che se ti offendono sei pronto a controffendere alla grande;

6) offendi qua, controffendi là, la politica delle zanne la vince su ogni altra politica e la fine della guerra – la pace – registra vite insensatamente stroncate, città insensatamente distrutte e più vaste armatissime fortezze pronte a ricominciare.

Questo articolo è uscito sul numero 1461 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati