Ah, noi poveri vecchi. Andrea Canobbio, nel suo memorabile La traversata notturna (La nave di Teseo 2022), ci dedica una bella pagina densa. Comincia con l’Ospizio dei Poveri Vecchi di Torino, passa al padre depresso che diceva spesso e volentieri “Ormai siamo poveri vecchi”, accenna a chi muore di “letale vecchiaia”, si ricorda di ottantenni della sua infanzia che “continuavano a lavorare, non volevano mollare”, sottolinea che i ricoverati dei Poveri Vecchi furono usati nel 1887 come manodopera per portare a compimento l’ospizio. La situazione dei longevi, si sa, è destinata a complicarsi. Invecchiamo per un tempo troppo lungo e c’è chi già spera di stiracchiare la vita fino a cinquecento anni. A Fuani Marino, autrice del duro, efficace Vecchiaccia (Einaudi 2023), le persone di lunga e lunghissima durata danno da sempre fastidio, specialmente se diventano, come accade, un muro di sbarramento per la giovinezza. E non scherza quando dedica il suo libro “a chi sa cedere il passo”, anzi promette di farlo lei stessa per tempo. Fatto è che noi poveri vecchi d’ogni ceto siamo attaccati non tanto alla vita – in questo non c’è proprio niente di male – quanto al comando sulla vita altrui, possibilmente fino all’ultimo respiro. Ci piace troppo, diciamolo, avere sempre un fil di voce brontolona in capitolo, foss’anche come quella che insisto a trasporre in queste righe.

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Questo articolo è uscito sul numero 1513 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati