L a storia degli ultimi cinquecento anni si può riassumere così: alcuni stati europei hanno usato la violenza e la tecnologia per invadere altre regioni e impossessarsi della terra, della manodopera e delle risorse. La gara per il controllo delle terre altrui è sfociata in numerose guerre tra i paesi colonizzatori. Per giustificare la violenza sono state inventate nuove dottrine – la superiorità etnica e il dovere morale di “salvare” altri popoli dalla loro stessa “barbarie” – a loro volta sfociate nel genocidio. La manodopera, la terra e le merci rubate sono state usate da alcune nazioni europee per alimentare le loro rivoluzioni industriali. Per gestire le transazioni, diventate sempre più grandi e complesse, sono stati concepiti nuovi sistemi finanziari. Le élite europee hanno permesso che parte del bottino arrivasse alla loro forza lavoro, quel tanto che bastava per scongiurare la rivoluzione. Nel Regno Unito ci sono riusciti, altrove no.

L’impatto delle varie guerre, sommato alle insurrezioni dei popoli colonizzati, ha infine costretto i paesi ricchi ad abbandonare almeno formalmente quasi tutte le regioni occupate. Quei popoli hanno cercato di creare nazioni indipendenti, ma l’indipendenza è stata solo parziale. Ricorrendo a debiti internazionali, aggiustamenti strutturali, colpi di stato, corruzione (aiutata da paradisi fiscali offshore), prezzi di trasferimento e altri strumenti ingegnosi, i paesi ricchi hanno continuato a saccheggiare quelli poveri, spesso attraverso i governi da loro insediati e armati.

Spacciando per un dono le misere cifre promesse, gli stati che hanno più contribuito a causare la crisi climatica ora fanno gli eroi pronti a salvare il mondo

Dapprima involontariamente, poi consapevolmente, le rivoluzioni industriali hanno messo in circolo nel pianeta i prodotti di scarto. All’inizio gli effetti peggiori li hanno avvertiti i paesi ricchi, dove sono stati avvelenati i fiumi e l’aria delle città, accorciando la vita alla popolazione povera. Quella ricca, invece, si spostava nei luoghi non ancora distrutti. In seguito i paesi sviluppati hanno scoperto di non aver più bisogno dell’industria pesante: con la finanza e le società controllate potevano raccogliere la ricchezza fabbricata dai loro sporchi affari all’estero. Alcune sostanze inquinanti sono invisibili e globali come l’anidride carbonica, che si accumula nell’atmosfera. Gli effetti dell’anidride carbonica e di altri gas serra colpiscono di più chi ha ricavato meno dalla sua produzione, sia perché le nazioni ricche hanno quasi tutte un clima temperato sia perché le ex colonie sono state impoverite da secoli di saccheggio. Per non essere percepito come l’ennesima forma di oppressione, il vertice Cop26 di Glasgow avrebbe dovuto avere davvero a cuore la giustizia climatica. I paesi ricchi, smaniosi di passare da salvatori, si sono impegnati ad aiutare le ex colonie ad adattarsi al caos climatico di cui loro sono responsabili. È dal 2009 che hanno promesso cento miliardi di dollari all’anno sotto forma di finanziamenti per il clima. Anche se li avessero distribuiti, questi aiuti sarebbero stati irrisori. Dal 2015, infatti, gli stati del G20 hanno speso più di tremila miliardi di dollari per sostenere i combustibili fossili e, naturalmente, non hanno mantenuto la promessa. Nel 2019 hanno stanziato ottanta miliardi di dollari, appena venti dei quali destinati all’“adattamento” ai cambiamenti climatici. E solo il 7 per cento di questa elemosina è andato ai paesi poveri. Hanno invece investito per tenere fuori chi fugge dalla crisi climatica e da altre calamità: tra il 2013 e il 2018 il Regno Unito ha speso il doppio di quanto ha destinato al clima per sigillare i suoi confini, gli Stati Uniti undici volte tanto, l’Australia tredici.

La farsa, però, non finisce qui. Il grosso del denaro che le nazioni ricche sostengono di erogare assume la forma di prestiti. Visto che buona parte dovrà essere restituita con gli interessi, l’Oxfam calcola che il valore reale si aggira intorno a un terzo del valore nominale. I paesi indebitati vengono incoraggiati ad accumulare più debito per finanziare l’adattamento ai disastri causati da noi. È un’ingiustizia. Altro che aiuti: i paesi ricchi devono a quelli poveri un risarcimento. La crisi climatica inoltre si fa beffe del concetto di adattamento: come ci si può adattare a temperature superiori alla soglia di sopportazione del corpo umano, ai cicloni, al prosciugamento di distese di terra che diventano impossibili da coltivare? Secondo i paesi ricchi, anche se è stato riconosciuto dall’accordo di Parigi, il concetto di “perdite e danni” irreparabili non prevede responsabilità o risarcimento.

Spacciando per un dono le misere cifre promesse, gli stati che hanno più contribuito a causare la crisi climatica ora fanno gli eroi pronti a salvare il mondo, in puro stile coloniale. Questo era il succo del discorso inaugurale di Boris Johnson a Glasgow, che invocava James Bond: “Abbiamo le idee, la tecnologia, le banche”. Alle vittime dello sfruttamento, però, non serve un altro salvatore bianco. Non serve l’ipocrisia di Johnson. Non serve la sua carità né l’abbraccio mortale delle banche. Serve essere ascoltati. E serve giustizia. ◆ sdf

George Monbiot è un giornalista del Guardian esperto di questioni ambientali. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Riprendere il controllo. Nuove comunità per una nuova politica (Treccani 2019). Questo articolo è uscito sul Guardian.

Questo articolo è uscito sul numero 1436 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati