Le candidate a Miss Francia – che a differenza del nostro concorso Miss Italia, invenzione del dopoguerra, risale al 1920 – hanno fatto una considerazione tutt’altro che bislacca: poiché rappresentiamo forma e contenuto dell’evento, e considerato che le nostre curve e i nostri sorrisi garantiscono un ricco spazio pubblicitario, vorremmo essere pagate. Tutte, non solo l’incoronata. Alla quale, peraltro, spetterebbe in premio un affitto di lusso, ma solo per dodici mesi. Quanta crudeltà. La battaglia per l’equo compenso da parte delle 29 aspiranti “regine” ha trovato una sponda politica nel movimento Osez le féminisme! che, scuotendo giuria e probiviri, ha portato a casa un importante risultato: il primo contratto di lavoro per i concorrenti di una competizione televisiva. Nulla di esorbitante: sette euro l’ora, meno di una comparsa, l’equivalente del salario minimo, e peraltro solo per le giornate di diretta, senza considerare i faticosi mesi di preparazione. Sebbene ci sia ancora tanto da sindacare, la via è segnata. Domani sarà il turno degli accasati del Grande fratello, degli aspiranti chef, degli improvvisati alla Corrida (che prima o poi riciccerà), dei giovani talent di ogni specie, dei congiunti delle carrambate e degli intervistati nei mercati rionali. Crollata la chimera di chissà quali carriere, consapevoli della loro provvisorietà, le meteore televisive rivendicano il loro sacrosanto diritto al lavoro. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1445 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati