Nel 1995, con l’Italia ancora alle prese con i postumi di Tangentopoli, Pippo Baudo riuscì in un’impresa che oggi non avremmo la fantasia d’inventare: convincere 36 parlamentari – da Alleanza nazionale a Rifondazione – a salire sul palco del Dopofestival per cantare insieme in playback un brano inedito, per beneficenza. Una causa nobile, accompagnata da uno spettacolo gloriosamente grottesco, come quando i parlamentari fanno i simpatici: guidati da una coreo­grafa da Zecchino d’oro, battono le mani fuori tempo, muovono le anche come sedani al vento, levano le braccia al cielo, e Baudo, senza pietà, ne loda il coraggio “di non saper cantare”. Luisa Todini di Forza Italia ammicca alla camera, Pecoraro Scanio si muove come Scialpi, un senatore di Alleanza democratica si atteggia a corista di blues, il ministro Ferri sembra crederci. Il sindaco leghista di Sanremo rifiuterà di invitarli a un aperitivo, definendo l’iniziativa “ignobile”. Il momento più rivelatore fu quando Baudo avvertì il pubblico che alle prossime elezioni “i nostri ospiti saranno su campi avversi”. Una notazione che fotografò con precisione involontaria lo spaesamento di una classe politica ancora disposta a condividere un palco, e una tv abbastanza potente da costruire quell’illusione. Nessuno ci costruì sopra un caso. Nemmeno quando si scoprì che quell’evento di beneficenza – credo un primato mondiale – era finito in rosso. ◆

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1654 di Internazionale, a pagina 74. Compra questo numero | Abbonati