“Se durante la scrittura del disco avessi pensato ai live, avrei fatto tutto più semplice”, confessa Juliette Armanet. Il suo secondo album in studio, Brûler le feu, è uscito nel 2021. Con l’aiuto di produt­tori come SebatiAn, Yuksek o Victor Le Masne, ha una grande potenza orchestrale, note di piano che dialogano con gli archi e dei bassi dalle sonorità disco. È un disco molto ricco.

Oggi, grazie ai computer, gli artisti possono dare libero sfogo alle loro fantasie: moltiplicare le piste, sovrapporre i livelli, diversificare gli strumenti e così via. Le possibilità sono infinite, gli arrangiamenti elaborati. Solo dopo si pone la questione della resa dal vivo. Come riprodurre in concerto un album con arrangiamenti così elaborati?

Trecentonovanta piste

La definizione home studio è nata poco più di dieci anni fa, ma erano anni che musicisti e produttori sviluppavano competenze tecniche per registrare un intero album nella loro stanza. Ormai si può creare un album di grande ricchezza praticamente da soli. Il rischio? Avventurarsi in produzioni praticamente impossibili da riprodurre su un palco.

Juliette Armanet fa l’esempio del suo singolo Le dernier jour du disco: “Il brano conta 390 piste diverse. Il produttore SebastiAn è un architetto del suono. Per ottenere anche solo un accenno di rullante è capace di impiegare trenta piste”. Questa attenzione al dettaglio però può rivelarsi un rompicapo durante la preparazione dei concerti.

Anche Gabriel Legeleux, alias Superpoze, evita di porsi la questione del concerto dal vivo in fase di composizione. Il suo ultimo disco, Nova Cardinale, riunisce tutta una serie di strumenti acustici, spesso molto antichi: “Non avrebbe alcun senso portarli su un palco e cercare di amplificarli”. E soprattutto sarebbe molto complicato. Infatti dire strumenti, vuol dire anche musicisti.

Come fare quindi per riprodurre la ricchezza di un lavoro molto curato tenendo conto anche dei vincoli tecnici e finanziari di un tour?

Gabriel Legeleux (David Wolff-Patrick, Redferns/Getty)

Rispondere a queste domande è il lavoro del direttore musicale, la persona che ha la responsabilità di tradurre un disco in uno spettacolo dal vivo. Sylvain de Barbeyrac, ingegnere del suono di formazione, ne ha fatto la sua attività principale e lavora con artisti come Lomepal, Superpoze o Jacques. “Spesso le ambizioni degli artisti vanno ben oltre quello che si può fare”, confessa de Barbeyrac. Ed è proprio questo il punto più difficile del suo lavoro: trovare a ogni costo una soluzione tecnica. Quali pezzi scegliere, come distribuirli e come ritrascriverli per un concerto dal vivo?

Da Sylvain de Barbeyrac a Charlie Trimbur o Victor Le Masne, il direttore musicale possiede una profonda conoscenza del suono. Alcuni hanno un profilo più tecnico, come Sylvain, altri invece hanno cominciato come musicisti, suonando per altri, come Charlie. Ma tutti sono perfettamente in grado di produrre in digitale e padroneggiano sequencer e software di programmazione.

Come procedono? La prima tappa è ascoltare e conoscere a perfezione i brani che compongono un album, entrare nell’universo dell’artista e capire la direzione che può prendere il live. Poi si comincia a lavorare sul suono. “Dopo gli arrangiamenti si lavora molto con l’ingegnere del suono facendo infinite prove”, spiega Charlie Trimbur. E le domande sono tante: dove collocare gli effetti della voce? Come mixare i diversi elementi? Si vuole una batteria forte? Il direttore musicale deve rispondere a tutto, e sempre. Almeno in questa fase. Perché poi, una volta che il tour è partito, la sua presenza non è sempre necessaria. Tanguy Destable non ha accompagnato Woodkid dopo le prove per il tour dell’album S16, e lo stesso ha fatto Victor Le Masne quando ha lavorato sul live di Philippe Katerine nel 2019. Tutti hanno accompagnato l’artista all’inizio e hanno assistito ai primi concerti, poi hanno passato il testimone all’ingegnere del suono.

Capita tuttavia che il direttore musicale debba modificare dei tour già avviati. Sylvain de Barbeyrac si ricorda l’enorme lavoro fatto per il live del musicista Jacques: “Lui è molto esigente e non gli piace fare concessioni. Sul suo album suonano molte piste contemporaneamente. Abbiamo passato mesi a cercare delle soluzioni”. Avevano scelto di rispettare fedelmente la produzione del disco, ma dopo i primi concerti si sono resi conto che la formula non funzionava. “L’impressione era di ascoltare il disco, quindi perdere tutte le particolarità dei concerti dal vivo”. Questo ha comportato una revisione del progetto.

Marcia indietro

In pratica il lavoro di arrangiamento per un live si colloca tra l’adattamento e la sceneggiatura: “Fare degli arrangiamenti significa prendere il testo e cambiarne l’interpretazione. Si prendono le parti e si traspongono per farle andare tutte nella stessa direzione, si costruisce un racconto con dei momenti forti e altri più calmi”, analizza Superpoze.

Ma non tutti gli artisti fanno le stesse scelte. Théodora, bassista, produttrice e cantante, spiega: “Da quando abbiamo dei software per registrare la musica, possiamo fare molte cose da soli. Ma tutta questa generazione di baby produttori, di cui faccio parte anch’io, ha i suoi limiti. Accumuliamo vst (virtual studio technology), strumenti che permettono di ottenere degli effetti eccezionali, complicatissimi da riprodurre dal vivo”.

Quest’estate molti artisti famosi, come Laylow e Pnl, si sono presentati da soli sul palco, senza musicisti e senza che questo disturbasse molto il loro (giovane) pubblico. Ma altri, come Orelsan o Juliette Armanet, hanno scelto di farsi accompagnare da un gruppo.

Cinque musicisti circondano Juliette Armanet, che a sua volta non lascia mai il piano che ha fatto il suo successo: “Sul palco il mio chitarrista ha otto chitarre e ci sono anche otto tastiere diverse. Tutto è praticamente suonato dal vivo”, spiega. Anche Lomepal ha deciso di fare così per la prossima tournée. All’inizio della sua carriera il rapper si presentava sul palco da solo con il suo dj, poi ha deciso di circondarsi di musicisti. Un’evoluzione che influenza anche il suo nuovo album, Mauvais ordre. “Abbiamo fatto delle prove in studio con tutti gli strumenti insieme. Poi abbiamo registrato una versione dal vivo di ogni brano. Oggi sul palco non ci sono più i computer”, dice soddisfatto Sylvain de Barbeyrac, il suo direttore musicale.

Chissà se la riscoperta dell’analogico farà fare marcia indietro a questi giovani artisti anche durante le registrazioni dell’album. ◆ adr

Questo articolo è uscito sul numero 1488 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati