Wayétu Moore
I draghi, il gigante, le donne
Edizioni e/o, 288 pagine, 18 euro

Nel 1989, quando in Liberia scoppia la guerra civile, Wayétu Moore ha cinque anni. Nella fuga attraverso il paese scambia i suoni degli spari per tamburi, vede draghi e principi sostenuti da ribelli, e le vittime di quello che è considerato uno dei più sanguinosi conflitti del continente le sembrano persone addormentate. È l’universo che crea per dare un senso alla violenza che la circonda. Moore poi è emigrata negli Stati Uniti ed è cresciuta in Texas. Questo memoir, il suo primo libro tradotto in Italia, esce a due anni da She would be king, il romanzo d’esordio. I draghi, il gigante, le donne resiste alla tentazione di ridurre l’Africa a uno stereotipo e riscrive il fenomeno migratorio, spesso descritto come una scelta libera verso una vita migliore, senza speranza di ritorno. Lo sradicamento e “lo stress di non farcela mai, l’impazienza, l’alienazione, il desiderio forte di avere un’identità” spingono invece l’autrice a tornare in Liberia. Grazie a una scrittura intimistica e a una trama circolare, Moore è capace di gestire con grande talento una storia stratificata che si evolve attraverso i decenni, coinvolge due continenti e in alcune pagine sull’amore ricorda Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie. La traduttrice Tiziana Lo Porto è brava a rendere il dolore dell’autrice nel perdere la casa e il sollievo nel riconciliarsi con se stessa. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1445 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati