C’è, penso, una domanda che ci si dovrebbe fare prima di scrivere un libro: serve? Considerati gli ottantamila e rotti titoli pubblicati in Italia ogni anno, non deve essere una domanda molto gettonata. In questo libro la vita di un cameriere italiano nei ristoranti viennesi diventa un osservatorio politico e umano di straordinaria precisione. Sono luoghi dove ai muri stanno appesi un Maradona in trionfo e un Cristo in croce, dove “quando non hai la padronanza della lingua sei in balìa del primo stronzo che ha la possibilità, e quindi il potere, di imbrogliarti”. Il protagonista, Luigi, viene dal teatro e varca la frontiera inseguito da quell’inevitabile destino che lega il lavoro creativo alla precarietà economica. Questi due punti restano costanti nella narrazione: il teatro rimanda alla sala, la sala al teatro. Risto Reich è soprattutto la cronaca di un conflitto di classe, raccontato con ironia, gergo di sala e sprazzi di teoria politica: è un quadro complesso, che tiene insieme uno sguardo disincantato, fatto di rabbia e piccoli atti di sabotaggio, il caos sonoro di un ristorante e l’interiorità di un lavoratore stanco. Ci ho ritrovato gli anni in cui ho servito la cena a ricchi turisti nel centro di Milano. Questo testo ibrido, che incrocia memoir, romanzo e reportage, serve. Nel senso che è “al servizio di”. Il minimo che si può fare per ripagare la generosità con cui è scritto è leggerlo. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1654 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati





