Sole alto.

I migliori film del 2016 secondo Internazionale

Sole alto.
19 dicembre 2016 15:38

Abbiamo chiesto a cinque giornalisti e collaboratori di Internazionale i loro cinque film preferiti del 2016. Ecco le loro scelte.

Le mille e una notte
di Miguel Gomes
Suddiviso in tre film, è tra le opere più acclamate del cinema d’autore degli ultimi anni. Kolossal povero portoghese, documentario politico e provocatoria favola pop neo-pasoliniana. L’incubo della Troika qui diviene risibile, un assurdo quasi bunuelliano.

Fuocoammare
di Gianfranco Rosi
Documentario atemporale sul rimosso che invade il nostro quotidiano. Migranti fuoricampo mentre invece sono in campo un ragazzino e un medico italiani: per meglio dire che “loro” siamo “noi”.

Anatomia di una scena di Sole alto


Sole alto
di Dalibor Matanić
Intenso affresco della memoria sulla tragedia della ex-Jugoslavia che parte dall’intimo, rivelatore di attrici forti. Tre decenni, tre date diverse, due villaggi diversi ma in realtà uguali: anche qui si parla degli altri noi stessi.

Neruda
di Pablo Larraín
Limpido, malgrado l’oscurità in cui è immerso, nel costruire un’ipnotica fabula poetica che incanta (fondamentale la lingua originale) con immagini oniriche, appartenenti a un altro cinema come a un’altra vita. Reale o di finzione.

È solo la fine del mondo
di Xavier Dolan
Micro apocalisse metafora del mondo macro, mai vista prima un’apocalisse così dolce, così tenera, così disarmata (e disarmante). Un exploit.

Horace & Pete
di Louis C.K.
Louis C.K. coinvolge una serie di attori più o meno noti, tra cui Jessica Lange, Alan Alda e Steve Buscemi, chiede a Paul Simon una canzone che gli faccia da sigla, e si autoproduce una serie tv drammatica. La storia è quella di due famiglie legate da un locale, un bar che ha un secolo di vita, gestito da una serie di Horace e di Pete battezzati appositamente. Ma c’è un’offerta di vendita per il bar, una prospettiva di uscire da questo schema esistenziale e fare altro. Contemporaneamente c’è la vita, ci sono i clienti abituali, le malattie, gli amori, le passioni che vanno e che vengono. Nella quantità di racconti seriali cui siamo esposti in questi anni, Horace & Pete appartiene a una classifica a parte, che unisce una qualità da professionisti alla libertà di concedersi il tono della tragedia. Si esce, dalla visione di questi dieci episodi, scossi e inebriati: capita solo con i capolavori.

Anatomia di una scena Lo chiamavano Jeeg Robot


Lo chiamavano Jeeg Robot
di Gabriele Mainetti
Una storia di supereroi ambientata a Roma, dove un ragazzo che vive di espedienti acquisisce superpoteri tramite un bagno incauto nel Tevere dove sono stati abbandonati dei bidoni tossici. Il regista Gabriele Mainetti e gli sceneggiatori Guaglianone e Menotti si inventano un film di supereroi classico e italiano, per quanto la cosa sia così insolita; ci credono, stanno lontani dal sarcasmo e non sbagliano quasi niente. Film meticoloso come da noi è raro, con un cast sempre in parte, a cominciare dal trio di protagonisti Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli. (Il contrario di Lo chiamavano Jeeg Robot è un film di supereroi in una cultura di supereroi che con la scrittura decide di ribaltare tutto: il delizioso Deadpool).

The night of
di Steven Zaillian
Il poliziesco processuale appartiene a una tradizione gonfia di capolavori, come La parola ai giurati di Sidney Lumet, Testimone d’accusa di Billy Wilder e molti altri. Questa serie originariamente inglese, portata negli Stati Uniti da Richard Price (Clockers, The wire) e Steven Zaillian (Schindler’s list, Gangs of New York), fugge ostinatamente dai luoghi comuni della giustizia al cinema. Un ragazzo sostanzialmente spacciato, inetto, così pieno di dubbi e buona fede da portare il pubblico a perdere qualsiasi speranza, lotta per la propria innocenza senza esserne così convinto. John Turturro torna al livelli di un tempo interpretando un avvocato davvero indimenticabile, Jeannie Berlin arriva ai livelli della madre Elaine May, e Riz Ahmed si conferma una delle nuove facce più interessanti di Hollywood.

The witch
di Robert Eggers
Spesso i film dell’orrore raccontano una discontinuità, un punto nello spazio dove il male si manifesta con una violenza altrove sconosciuta. The witch invece ricostruisce la vita dei veri puritani, i coloni britannici degli Stati Uniti, posseduti da un furore religioso che permea tutto il loro mondo. E se il mondo intero trasuda dio e religione, dalle parole dei bambini all’idea ultima di esistenza dei membri della famiglia, altrettanto forte e coerente diventa la presenza del maligno. Trovare un’estetica nuova per l’horror è una cosa difficile, ma questo non si ferma qui: si inventa anche un’etica diversa nella quale il genere assume una forma originale.

Stranger things
di Matt e Ross Duffer
Il lavoro certosino di ricostruzione di un contesto narrativo del passato è alla base del successo dei fratelli Duffer e di questo loro gioiellino prodotto da Netflix. La storia di ragazzini curiosi e ingenui che affrontano il mondo dei grandi, cercano di disinnestarlo e ne escono cresciuti è quasi sparita. Questa seria la risuscita con abnegazione assoluta, e ha tutto l’entusiasmo, l’ingenuità e l’anacronismo di un’operazione filologica da fan. Il risultato è un parco a tema inebriante ispirato a Steven Spielberg, Joe Dante, Stephen King, e John Hughes. Nel cast spiccano Winona Ryder, David Harbour e Millie Bobby Brown.

La mia vita da zucchina
di Claude Barras
Il mio interesse e per il cinema è molto scemato nel tempo ed è per questo che non mi ritengo un critico attendibile. Non vado ai festival e vedo troppo poco, e per di più il mio interesse per il cinema detto commerciale, che aveva un tempo una funzione fondamentale di alfabetizzazione di massa, con le mutazioni sopravvenute nel mondo e di conseguenza nella cosiddetta “cultura di massa”, mi pare si sia così ridotto da non giustificare un lavoro critico film per film ma solo la ricerca delle buone occasioni, e una critica del sistema che lo produce, rispettando semmai, dove ancora ci sono, le specificità delle culture nazionali. È cresciuto invece l’interesse per il cinema marginale, per i sistemi di produzione e distribuzione paralleli a quello ufficiale, per i film poveri e inventivi di giovani autori irrequieti, che non amano, che soffrono il mondo così com’è.


Mi limito perciò a segnalare un film che, fortunatamente, sta a cavallo di tutto, e che è certamente quello alle cui intenzioni ho più aderito sentimentalmente in questi ultimi mesi, un film francese a pupazzi animati: La mia vita da zucchina di Claude Barras (e Céline Sciamma la sceneggiatrice, e Gilles Paris l’autore del romanzo per ragazzi da cui è tratto). È un film per bambini, ma parla della crudeltà con cui il nostro mondo tratta i bambini (ma si aspetta il film che parli adeguatamente non solo di quelli provati dalla malasorte che vediamo in questo film, anche di quelli benestanti e apparentemente amati e protetti, ma educati a un complice consenso). Forse è da lì, dalla pessima condizione dell’infanzia nel mondo contemporaneo e da quello che ne è la causa, che bisognerebbe ricominciare. Viva dunque il cinema che si assume delle responsabilità nella non accettazione del mondo così com’è, e abbasso quello dei commercianti di sentimenti e di immaginario, a servizio di un orrendo sistema di potere.

Toni Erdmann
di Maren Ade
Sulla carta, una commedia tedesca di quasi tre ore, girata in modo volutamente sporco, non sembra così invitante. Pregiudizio ingiusto perché Toni Erdmann è il titolo più originale e più sorprendente in concorso a Cannes. Un capolavoro, una specie di Tempi moderni di oggi. Al posto dell’operaio sfortunato di Chaplin c’è una donna in carriera superstressata – interpretata dalla bravissima Sandra Huller – schiavizzata dai ritmi impossibili e dall’aggressività del mondo maschilista degli affari che lei ha l’illusione di aver conquistato.


Fuocoammare
di Gianfranco Rosi
C’è chi trova il genere poetico di documentario fatto suo da Gianfranco Rosi troppo soggettivo e manipolatorio. Ma dopo tanti importanti reportage sulle rotte dei migranti, ecco un grande film che riflette invece di catalogare, partendo da Lampedusa per chiedersi come si vive da isolani in mezzo a una tragedia umanitaria infinita, qual è la difficile trattativa fra empatia e rimozione che compie la mente umana per non cedere alla sofferenza.

Elle
di Paul Verhoeven
Dissacrante, provocatorio, intelligente, il nuovo film di Paul Verhoeven vince di misura la sfida con Animali notturni di Tom Ford come miglior film d’autore meno politically correct dell’anno. È un dramma sullo stupro che si spinge in continuazione verso la commedia nera, anche per l’interpretazione di una Isabelle Huppert in stato di grazia. Non provoca solo per fare effetto ma usa il disagio dello spettatore per sollevare domande come: perché una donna stuprata deve necessariamente giocare il ruolo della vittima? E perché è considerato sconvolgente se non lo fa?


Jackie
di Pablo Larraín
Il regista cileno ha il dono di narrare vicende drammatiche in un modo apparentemente distaccato che le rende, paradossalmente, più drammatiche. Qui mette a fuoco una delle icone femminili del novecento, Jacqueline Kennedy, subito dopo l’assassinio del marito. Natalie Portman è l’attrice perfetta per il ruolo: un contenitore vuoto (da leggersi come complimento) pronto ad essere riempito dal personaggio. Un personaggio labile, una donna che sembra sfocata. Un insieme di ruoli e storie che si disfano mentre guardiamo.

Frantz
di François Ozon
Quante belle, cordiali litigate a Venezia con amici che non sono d’accordo con me sul fatto che questo è di gran lunga il migliore film di Ozon. Sotto la sua superficie decorosa, questa storia di un giovane francese che allaccia un rapporto con la ragazza di un suo amico tedesco morto in guerra, è una pentola a pressione di emozioni imbrigliate e sessualità repressa, ma anche un omaggio ironico a una vena di romanticismo europeo che esce scardinato e sfigurato dalla guerra. Da guardare insieme al Nastro bianco di Haneke, che scava nella stessa miniera culturale.

Sole alto
di Dalibor Matanić
Prima, durante e dopo. Perfetto teorema sulla guerra e sulle ferite che provoca, nella società e negli individui, anche a lungo termine. Sul dolore che cambia i vestiti, ma non se ne va mai. E a rendere perfetto il teorema è proprio il fatto che Sole alto è cinema in quattro dimensioni. Meravigliosi gli interpreti.

Anatomia di una scena di The witch


The witch
di Robert Eggers
Un regista debuttante ossessionato dai racconti popolari (nel dettaglio, un rimescolamento di leggende del puritano New England dei padri pellegrini) arriva dove altri non sono riusciti ad arrivare (cioè a fare un film semplice, sincretico e coinvolgente). E poi, chi non è dalla parte di Thomasin?

It follows
di David Robert Mitchell
Un horror di grande classe sul mondo marcescente che i giovani ereditano dalle generazioni precedenti: paranoia, malattia, contagio e tv spazzatura subito sotto la patina della normalità. Senza usare la scorciatoia di noiose e cervellotiche distopie Mitchell riesce a “infettare” tutto ciò che inquadra.

Anatomia di una scena di The neon demon


The neon demon
di Nicolas Winding Refn
A proposito di patinatura. A un regista di grande talento basta poco per rendere attraente qualcosa che in realtà è repellente. E l’apparenza non c’entra, decide chi guarda.

La grande scommessa
di Adam McKay
Per fare fortuna su una delle peggiori crisi finanziarie mai avvenute ci vogliono dei colpi di genio e magari una gita in Florida. Il film di Adam McKay fa girare la testa. Grande cast: Steve Carell, per il secondo anno consecutivo, si guadagna la citazione con un ruolo drammatico.

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