20 luglio 2021 09:53

Arrivato faticosamente a pochi metri dal traguardo, e con davanti a sé un destino incerto, il disegno di legge Zan contro l’omotransfobia non sfugge alla tradizione che in Italia vede sempre molto accidentata la strada delle leggi sui diritti. E, anzi, quella tradizione la incarna piuttosto bene.

La discussione in aula riprende martedì 20 luglio quando scade anche il termine per il deposito degli emendamenti, con Partito democratico (Pd), Movimento 5 stelle e soprattutto Italia viva (Iv) che non dovrebbero presentarne. Lega e Iv insistono sulla necessità di modificare il testo nelle parti ritenute controverse come quella sull’identità di genere. Nel Pd invece affiorano posizioni diverse da quella irremovibile tenuta finora, e a questo punto potrebbero emergere in modo esplicito, non senza conseguenze. Infine, si fa strada l’ipotesi che – per ragioni di calendario – l’esame del ddl Zan slitti a settembre. Si vedrà.

Il fatto è che, quando si tratta di provvedimenti sui diritti, ogni rinvio, ogni impasse, ogni riapertura della discussione non è mai un segnale neutro. Anche se è vero che a volte quei testi fanno giri immensi e poi ritornano, riuscendo infine a diventare legge. Com’è successo, per esempio, con le unioni civili.

La legge che attualmente le regola è del 2016 e venne approvata solo dopo lo stralcio della stepchild adoption, ossia l’adozione del figlio del partner. Un compromesso che oggi Monica Cirinnà, la senatrice del Pd che si era battuta per quel provvedimento, contestualizza così: “Allora eravamo al governo con Angelino Alfano, cioè con un partitino del 2 per cento che poi si è dissolto”. L’allusione a quello che succede oggi non sembra casuale. E poi aggiunge che la legge sulle unioni civili, la legge che porta il suo stesso nome, andrebbe “superata, aggiornata, si deve arrivare al matrimonio egualitario” per risolvere la questione delle adozioni. Ed è come dire che i compromessi non sempre migliorano le cose.

Tatticismo
Che prima o poi si riapra o meno quel cantiere, è già molto significativo il fatto che, per arrivare all’attuale legge, negli ultimi trent’anni sono stati necessari molti tentativi, tanti quasi da perderne il conto. Nomi e sigle che li contrassegnarono, insieme alla più diffusa denominazione di unioni civili, oggi sono per lo più dimenticati, ma Pacs, Dico, Cus o Didore tennero a lungo le pagine dei quotidiani, per poi svanire nel nulla.

All’epoca, a condurre le danze fu spesso semplicemente una mancanza di volontà politica. D’altra parte, il terreno dei diritti è da molto tempo un campo aperto nel quale i partiti paiono non voler giocare più alcuna partita. È accaduto per incapacità, per insipienza, per paura di scontentare interessi nel momento in cui, a partire dagli anni novanta del novecento, la politica si è ricostruita una identità come portatrice di interessi e non più di idee. È accaduto insomma perché la politica ha tradito se stessa.

In questo contesto, si è affermato un radicale tatticismo, surrogato di idee ormai evanescenti, e hanno conquistato ampio spazio alcune rodate ipocrisie utilizzate come strumenti dilatori. È il caso del sistematico appello dei partiti alla libertà di coscienza dei singoli parlamentari, ridotta a via di fuga per organizzazioni che non sono state più in grado di assumere su di sé alcuna responsabilità. E anche il dialogo, trasfigurato in mero espediente di tecnica parlamentare, ha finito per diventare un formidabile strumento per non arrivare da nessuna parte, come raccontano certe audizioni nelle commissioni parlamentari o la storia del testamento biologico.

La legge sulle disposizioni anticipate di trattamento (Dat) venne approvata nel 2017 ma già da molti anni nella commissione sanità del senato Democratici di sinistra e Margherita – prima ancora che nascesse il Pd – davano vita a un minuetto quotidiano di parole per lo più consapevolmente sterili. Le opposizioni di destra poterono a lungo limitarsi a guardare la maggioranza fare opposizione a se stessa. Perché si arrivasse a una legge ci volle un cambio di quadro politico che fu il prodotto di battaglie combattute dolorosamente da altri, fuori dal parlamento. Su tutti, Piergiorgio Welby e Beppino Englaro, per conto di sua figlia Eluana.

Eutanasia
Se certi diritti, molto faticosamente, sono stati infine regolati con legge, per altri la situazione è radicalmente diversa. L’eutanasia è il caso più eclatante. La prima proposta di legge venne presentata in parlamento 38 anni fa da Loris Fortuna, protagonista della stagione che affermò il diritto al divorzio.

Da allora, dice il radicale Marco Cappato, “non si è più discusso in aula di eutanasia”. Fuori dalle aule invece sì. Ci sono state le vicende di Welby ed Englaro, nel 2013 è stata presentata una legge di iniziativa popolare, la corte costituzionale si è pronunciata sulla vicenda processuale dello stesso Cappato per il caso di Fabiano Antoniani, conosciuto come Dj Fabo, stabilendo che l’assistenza al suicidio in determinate condizioni non è reato e chiedendo al legislatore di intervenire. La politica però è rimasta in silenzio, così in questi giorni è cominciata la raccolta di firme per il referendum sull’eutanasia legale che andrà avanti fino al 30 settembre.

Al di là della via referendaria, la storia di questi ultimi trent’anni è però soprattutto la storia della via giudiziaria ai diritti, con la politica costretta a rincorrere ciò che la società aveva già affermato prima culturalmente e poi attraverso la pronuncia di giudici chiamati a prendere decisioni laddove il legislatore era rimasto inerte. La via giudiziaria però non può sostituire sistematicamente la decisione politica.

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In questo momento in parlamento diversi provvedimenti attendono di essere esaminati. C’è, per esempio, da raccogliere le indicazioni della corte costituzionale sul fine vita e il suicidio assistito. Ci sarebbe da riprendere il testo che amplia la possibilità di un figlio adottato o non riconosciuto di conoscere le proprie origini biologiche, circostanza che potrebbe essere decisiva in caso di malattie genetiche. E ci sarebbe anche molto altro di cui occuparsi, ad esempio la tampon tax. Prima di tutto servirebbe però la volontà politica di farlo.

E allora, qualunque cosa il parlamento deciderà sul ddl Zan, sarebbe comunque già un fatto positivo se dal 20 luglio si procedesse riportando ogni tatticismo entro il limite del fisiologico, poiché è quello il terreno sul quale la responsabilità politica lascia spazio alla convenienza personale. Non sarà facile.

Lo suggerisce anche la vicenda dello ius soli, il diritto di cittadinanza legato al luogo di nascita. Se ne discute da anni, contrapponendolo allo ius sanguinis (diritto di sangue), su cui si basa la legge in vigore in Italia, che fa derivare la cittadinanza da quella dei genitori e degli antenati. Il tema divide destra e sinistra, ma ha anche spaccato il centrosinistra. È stato accantonato nelle scorse legislature per il timore di un contraccolpo alle elezioni, e sempre tra grandi polemiche. Ora che che il segretario del Pd Enrico Letta ne ha fatto uno strumento tattico di riposizionamento politico, provocando una reazione specularmente tattica nei propri avversari, il rischio è che di nuovo alla fine non se ne faccia nulla, e non per questioni ideali ma per banali ragioni di piccolo cabotaggio politico.

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