Studenti manifestano ad Algeri contro il presidente Abdelaziz Bouteflika, il 5 marzo 2019. (Ryad Kramdi, Afp)

In Algeria continua il braccio di ferro tra manifestanti e governo

Studenti manifestano ad Algeri contro il presidente Abdelaziz Bouteflika, il 5 marzo 2019. (Ryad Kramdi, Afp)
06 marzo 2019 13:02

Si vive tra la speranza e la preoccupazione. La loro determinazione è così forte, i loro sorrisi così fiduciosi, la loro saggezza così grande che nel vedere questi manifestanti algerini non si può fare a meno di sognare.

Tuttavia il regime che denunciano non è così stupido, perché finora si è ben guardato dallo sparare o dal reprimere le proteste. Questi “responsabili”, che avevano così ferocemente represso le manifestazioni del 1988 in favore della democrazia, sembrano aver capito che il ricorso alle maniere forti potrebbe far scivolare il paese nell’insurrezione popolare e non necessariamente pacifica.

I due schieramenti si osservano e questo rappresenta un fatto inedito, perché finora non si era ancora mai visto un braccio di ferro tra il potere e il popolo algerino rimanere in un ambito esclusivamente politico.

Ritorno al 1999 con quattro differenze
Si vive qualcosa di nuovo ad Algeri. Perché allora non sperare che i militari, gli imprenditori, i collaboratori del presidente e i loro sottoposti si decidano a rimandare le elezioni presidenziali? Potrebbero constatare l’incapacità di Abdelaziz Bouteflika e impegnarsi durante una presidenza ad interim a cercare un uomo al tempo stesso capace di non preoccuparli troppo e di incarnare quel cambiamento che chiede l’Algeria.

Prima di scartare questa ipotesi ricordiamoci che era esattamente quello che il regime aveva fatto solo vent’anni fa, richiamando dall’esilio colui che era stato uno dei protagonisti della guerra di indipendenza da cui era stato emarginato a causa del suo carattere troppo critico. Con la sua energia e vivacità, Bouteflika – perché di lui si trattava – aveva sedotto l’Algeria denunciando tutti i mali del paese, dalla corruzione all’inefficienza generale. In altre parole aveva promesso di cambiare tutto per non cambiare nulla, ma il conservatorismo dei responsabili nazionali l’aveva frenato prima che la malattia lo paralizzasse.

C’è ancora qualche speranza di non veder scorrere il sangue, ma le preoccupazioni sono tante

Oggi siamo tornati di nuovo al 1999, ma con quattro differenze che potrebbero rappresentare altrettanti vantaggi. I giovani sono scesi in piazza, determinati ma al tempo stesso pacifici. La loro richiesta non può essere ritirata perché non si può né si deve rieleggere una mummia. Il comando militare è più giovane e meno legato al canale storico dell’Esercito di liberazione nazionale. Vi è infine un settore privato dipendente dal potere e dagli appalti pubblici ma abbastanza preoccupato per la propria sopravvivenza da poter cercare un compromesso con la mobilitazione popolare.

Finché non scorrerà il sangue rimane la speranza, ma in questa sollevazione algerina gli elementi di preoccupazione sono altrettanto numerosi.

L’assenza di una nuova classe dirigente
Il primo è che il regime nato dalla decolonizzazione non è riuscito a impedire la formazione di una nuova élite politica. Così dopo un’autocrazia ne è arrivata un’altra, e anche se l’Algeria ha dei brillanti intellettuali, non ha partiti forti, né leader agguerriti e riconosciuti né un paesaggio politico in grado di offrire un’alternanza.

Inoltre è molto improbabile – secondo problema – che dalle manifestazioni in corso possa nascere una nuova generazione di dirigenti a causa della giovane età media e di un paese che è stato depoliticizzato per troppo tempo. Il terzo problema è rappresentato dalla possibile radicalizzazione dei manifestanti di fronte all’assenza di vere concessioni da parte di un potere che potrebbe essere tentato di spingere i cortei alle estreme conseguenze così da giustificare la repressione. Il quarto problema infine è la mancanza dell’uomo che potrebbe portare al necessario compromesso tra i timori del regime e le aspirazioni dei giovani. Ve ne sarà certamente uno, ma per ora non lo si trova.

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Di fatto questo è il punto cruciale, perché la portata di questa crisi è enorme. Una democratizzazione pacifica dell’Algeria potrebbe permettere una riconciliazione dei paesi del Maghreb. Una distensione che potrebbe dare il via a un boom economico regionale in grado di cambiare la situazione tra le due rive del Mediterraneo, in tutto il Sahel e in gran parte dell’Africa. Al contrario una destabilizzazione dell’Algeria rappresenterebbe una catastrofe economica e di sicurezza le cui ripercussioni sarebbe gravi tanto in Africa quanto in Europa e in particolare in Francia.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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