Dovremmo fidarci di chi ha idee politiche diverse dalle nostre?

18 giugno 2018 12:21

Qualche tempo fa, in questa stessa rubrica, mi sono schierato a favore della fuga dalla realtà. A spingermi a farlo era stata l’impossibilità di parlare con chiunque senza finire per discutere di politica – essenzialmente di Trump e della Brexit – e la misteriosa popolarità di programmi televisivi e romanzi che pensano di avere qualcosa da dire a proposito del presunto “clima politico attuale”, quando chiaramente l’ideale sarebbe prendere le distanze da quel clima.

Meglio leggere racconti di avventure o romanzi sentimentali del passato! Non solo è malsano per noi che la politica pervada tutto, ma, come sostiene il filosofo Robert Talisse, è malsano per la politica stessa. (Un contraddittorio politico costruttivo deve partire da una base condivisa, da un terreno comune non politico, altrimenti è solo una sfida all’ultimo sangue). Allora, avete seguito il mio consiglio? Sono sicuro di no. E, a essere sincero, non l’ho fatto neanch’io. Né, a quanto sembra, lo hanno fatto i partecipanti a un nuovo studio della neuropsichiatra Tali Sharot e dei suoi colleghi, sull’inquietante fenomeno che hanno denominato “ricaduta epistemica”.

Se conosciamo le idee politiche di qualcuno, non siamo più capaci di giudicare obiettivamente la sua competenza

L’esperimento era complesso, ma i risultati sono stati inequivocabili: se conosciamo le idee politiche di qualcuno, non siamo più capaci di giudicare obiettivamente la sua competenza in settori che non hanno nulla a che fare con la politica. Siamo più propensi ad ascoltare i consigli di persone che condividono la nostra visione politica e di lasciarci influenzare da loro, anche se si parla di cure dentistiche, di piani pensione, di allargare la nostra cucina o di qualsiasi altra cosa che non c’entra nulla con la politica. Di sicuro non dovrebbe avere importanza se un dentista o un operaio non è d’accordo con noi sulla Brexit o su Jeremy Corbyn. Rivolgendosi a un loro pubblico statunitense, i ricercatori hanno portato l’esempio di qualcuno che scopre che il suo dermatologo è repubblicano. “Conoscere le tendenze politiche di una persona non dovrebbe condizionare il nostro giudizio sulla sua competenza medica”. E invece non è così.

Aspettate un attimo, però. È proprio vero che dovremmo fidarci di un medico repubblicano (sempre partendo dal presupposto che non siano in ballo questioni morali come l’aborto)? Una parte di me vorrebbe rispondere di sì. Ma un’altra parte non può fare a meno di ricordare una ricerca dalla quale è emerso che la maggior parte dei repubblicani non pensa che il cambiamento climatico sia causato dall’uomo, e che è più sicuro avere un’arma in casa. Se si sono bevuti queste sciocchezze, come avranno interpretato altri dati scientifici e che convinzioni si saranno fatti su altre questioni come, per esempio, la psoriasi o i tumori della pelle?

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Più generale, il punto è che la politica, avendo colonizzato tutto, è arrivata a colonizzare anche la nostra percezione dei fatti. E se qualcuno non è d’accordo con me sul cambiamento climatico o sulle armi, può anche darsi che sia io a illudermi, ma rimane il problema che stiamo parlando di fatti non di opinioni. In questa situazione, non è detto che sia illogico non fidarsi dei propri avversari politici su quasi tutto il resto.

È un circolo vizioso: sarebbe meglio se la politica non fosse così tribale, ma visto che lo è – e ormai lo è diventata anche sui fatti più elementari – tanto vale cominciare a comportarsi in modo tribale. Dopotutto, se l’altra parte ha perso il contatto con la realtà, se vogliamo avere un rapporto sensato con la realtà dobbiamo respingere la sua intera visione del mondo, non solo le sue idee politiche. È possibile farlo senza disprezzarli tutti come esseri umani, e quindi trasformare la politica in una vera e propria guerra? Immagino che presto lo scopriremo.

Consigli di lettura

Nel suo libro del 2017 We need to talk, la giornalista americana Celeste Headlee indaga sui motivi per cui siamo così incapaci di ascoltare i punti di vista altrui e offre consigli sorprendentemente utili per imparare a dialogare di più.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano britannico The Guardian.

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