(Dave Nagel, Getty Images)

Non è mai troppo tardi per rispondere a un’email

(Dave Nagel, Getty Images)
11 marzo 2019 13:10

Ci rendiamo conto di essere arrivati a un punto critico con la posta arretrata quando, come mi è successo di recente, siamo costretti a risolvere un dilemma di etichetta elettronica: è peggio rispondere a un’email dopo tre mesi o non rispondere affatto?

Da una parte, ovviamente, non rispondere affatto è molto scortese. Dall’altra, chi me l’ha mandata potrebbe pensare che il suo messaggio mi sia sfuggito, o magari che non sia mai arrivato; mentre se rispondo dopo tre mesi si potrebbe offendere perché significa che in quel lasso di tempo ho avuto cose più importanti da fare (e/o che sono sopraffatto dalle email, il che è vero e particolarmente imbarazzante dato che proprio in questa rubrica ho suggerito vari sistemi per domare il mostro).

Alla fine, ho deciso di rispondere. Ma la faccenda non si è chiusa lì, perché naturalmente la persona in questione non mi ha detto di essersi offesa e, trattandosi di un’email, non avevo espressioni facciali o inflessioni vocali in base alle quali giudicare come l’avesse presa.

Internet: come aiutarci a fraintenderci sempre di più dal 1969. Tre mesi, diciamolo chiaramente, sono un periodo di tempo troppo lungo per rispondere a un’email, ma ho il sospetto che stiamo entrando in una fase della storia della posta elettronica in cui le aspettative sociali in proposito non sono mai state più mutevoli. Dato che il peso della comunicazione online continua ad aumentare, il “minimalismo digitale” sta diventando molto diffuso (sull’argomento vi consiglio un nuovo libro del professore di informatica Cal Newport).

Forse alcune delle persone con cui ci scambiamo email stanno provando a passare meno tempo online, mentre altre ne ricevono semplicemente troppe; forse qualcuno ha eliminato da anni la posta dal suo cellulare, mentre altri gestiscono tutta la loro vita attraverso la posta. Ormai come si fa a sapere che cosa è “normale”?

Di solito non abbiamo idea del motivo per cui qualcuno ha tardato tanto a risponderci

Qualche tempo fa, sul sito The Cut, l’esperta di psicologia Melissa Dahl ha ricordato l’orrore che ha provato quando ha scoperto che le aspettative della sua cerchia sociale in materia di tempi di risposta alle email erano molto diverse dalle sue. Pensava che una settimana o due in genere andassero bene, ma una collega le ha detto che lo avrebbe trovato offensivo, mentre il suo compagno riteneva che un tempo di risposta ragionevole fosse “probabilmente entro un’ora”. La ammiro per avere trovato il coraggio di chiederlo, io non ce l’avrei mai fatta.

Detto questo, non posso sottoscrivere la sua proposta di invitare gli altri a indicare una scadenza per le loro email , così da sapere quando si aspettano una risposta, e magari organizzare la nostra casella di posta in arrivo in base alle loro esigenze. Non ho abbastanza fiducia nell’umanità: certe persone, soprattutto quelle che hanno meno diritto alla mia attenzione, sarebbero spinte a pensare che i loro messaggi sono particolarmente urgenti.

Consiglio invece di avere una visione più aperta. Il senso di incertezza dovrebbe aiutarci a capire che, in realtà, di solito non abbiamo idea del motivo per cui qualcuno ha tardato tanto a risponderci (o, se è per questo, a fare qualsiasi altra cosa). Magari è pigro. O magari sta traslocando, ha appena avuto un bambino, è in piena crisi familiare o è afflitto da una malattia mentale.

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Nel mio caso questo è un discorso strumentale, perché per difendermi posso solo invocare un normale sovraccarico di lavoro, più un inverno di piccoli malanni presi dal bambino. Ma ritengo comunque che sia l’approccio giusto. “Siate comprensivi, perché tutti quelli che incontrate stanno combattendo una dura battaglia”, per citare un modo di dire vecchio quasi quanto il contenuto della mia casella di posta in arrivo.

Da ascoltare
In una puntata del podcast Hurry slowly, l’accademico e scrittore Cal Newport ci spiega come e perché essere “minimalisti digitali”.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

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