La sede della stazione televisiva di Hamas a Gaza, distrutta dai bombardamenti israeliani, il 13 novembre 2018.

L’intesa impossibile tra Israele e i palestinesi di Gaza

La sede della stazione televisiva di Hamas a Gaza, distrutta dai bombardamenti israeliani, il 13 novembre 2018.
13 novembre 2018 11:21

L’11 novembre 2018, mentre il mondo intero era riunito a Parigi per celebrare la pace del 1918, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha interrotto bruscamente la sua visita per andare a occuparsi di guerra. Ancora una volta al centro di tutto c’è lo scontro tra la Striscia di Gaza e Israele, una violenza che sa tanto di già visto e di cui non possiamo dire se si trasformerà, ancora una volta, in guerra totale, o se sarà arrestata in tempo.

A Parigi, Netanyahu ha incontrato Donald Trump e Vladimir Putin, dichiarando che farà “tutto il possibile per scongiurare una guerra non necessaria”. Ma contemporaneamente a queste parole, un’unità delle forze speciali israeliane si trovava nel cuore dei Territori palestinesi per un’operazione finita male che ha provocato la morte di un ufficiale israeliano e di sette palestinesi.

A quel punto si è scatenato l’inferno. Più di 200 razzi sono stati lanciati il 12 novembre dalla Striscia verso Israele, con l’aviazione israeliana che ha effettuato diversi raid in rappresaglia. Lo scontro continua a intensificarsi. Come sempre, la causa immediata è soltanto una scintilla. L’operazione clandestina ha sicuramente provocato la pioggia di razzi, ma la tensione stava montando da mesi, con oltre 170 palestinesi uccisi dai cecchini israeliani durante le manifestazioni del Ritorno e i razzi che ora hanno una portata sufficiente da colpire Tel Aviv.

Secondo Netanyahu non esiste soluzione politica per Gaza

La verità è che l’equazione di Gaza è per sua natura esplosiva e senza soluzione a breve o medio termine. Gli israeliani pensano di agire per legittima difesa, mentre gli abitanti di Gaza si sentono costantemente assediati. È un dialogo tra sordi.

Immaginate un territorio venti volte più piccolo della Corsica, lungo circa quaranta chilometri e largo tra i cinque e i dodici, dove l’elettricità arriva solo per poche ore al giorno e due milioni di persone vivono confinate in uno spazio minuscolo e senza risorse. Tra loro ci sono molti profughi arrivati nel 1948, dopo la prima guerra arabo-israeliana. Gaza è una cella infernale. L’11 novembre, a Parigi, il primo ministro israeliano ha dichiarato che ai suoi occhi “non esiste alcuna soluzione politica per Gaza, non più di quanta possa esisterne per il gruppo Stato islamico”. Ma se non c’è soluzione politica, cosa resta?

La difficoltà è dovuta anche al rilancio delle organizzazioni palestinesi. Dal 2007, la Striscia è controllata dagli islamisti di Hamas, avversari di Fatah che controlla la Cisgiordania. I due movimenti hanno tentato invano la via della riconciliazione, ma restano in conflitto.

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La settimana scorsa Israele sembrava pronto ad allentare il blocco, permettendo a Gaza di ricevere un finanziamento dal Qatar per pagare i dipendenti pubblici. Nell’aria si respirava un negoziato. Ma Gaza è una pentola a pressione, e senza una soluzione politica nessuno potrà sorprendersi se prima o poi dovesse esplodere.

Traduzione di Andrea Sparacino. Questo articolo è uscito su France Inter.

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Guido Vitiello