Proteste a Hong Kong, 16 giugno 2019. (Anthony Kwan, Getty Images)

Pechino arretra davanti alla mobilitazione di Hong Kong

Proteste a Hong Kong, 16 giugno 2019. (Anthony Kwan, Getty Images)
17 giugno 2019 11:10

La manifestazione del 16 giugno a Hong Kong resterà nella storia. Un’infinità di persone, forse due milioni, ovvero circa il 30 per cento della popolazione, ha manifestato per le strade. L’equivalente di venti milioni di manifestanti in Italia. Qualcosa di mai visto.

L’aspetto più sorprendente è che la partecipazione è stata quasi il doppio rispetto alla domenica precedente, il 9 giugno, nonostante nel frattempo il governo locale abbia fatto un passo indietro rinviando a data da destinarsi l’esame del progetto di legge contestato dai manifestanti, che avrebbe permesso l’estradizione verso la Cina continentale. Ma ormai la collera degli abitanti di Hong Kong va oltre la proposta di legge. Ora i manifestanti chiedono l’allontanamento di Carrie Lam, la leader dell’esecutivo di Hong Kong e di fatto rappresentante della volontà di Pechino.

Carrie Lam aveva annunciato il ritiro della legge alla vigilia della manifestazione per cercare di placare la folla, e davanti al fallimento della sua manovra ha presentato le sue scuse alla popolazione, un gesto senza precedenti (il fatto che si sia scusata per iscritto ha ulteriormente irritato gli abitanti di Hong Kong). A questo punto è difficile che resti al suo posto.

Silenzio totale in Cina
Nel fine settimana il presidente cinese Xi Jinping si trovava in Kazakistan per un vertice regionale e ha festeggiato i suoi 66 anni in compagnia di Vladimir Putin.

Pechino non ha commentato la situazione a Hong Kong, oggetto di un black-out totale nella Cina continentale. Di sicuro i cinesi resterebbero sorpresi se scoprissero che, in un angolo del loro paese, il governo arretra davanti alla protesta popolare. Questo genere di cose non è molto frequente in Cina, come ci ha ricordato il trentesimo anniversario del massacro di Tiananmen.

La protesta è già fallita nel 2014 e, considerando la natura del potere di Xi Jinping, è difficile che il presidente decida di cedere

Il governo cinese mantiene il silenzio per non assumersi la responsabilità di un immenso fiasco politico, lasciando che le colpe ricadano interamente su Lam anche se l’ordine di ritirare la legge nel tentativo di risolvere questa crisi imbarazzante è arrivato direttamente da Pechino.

È evidente che parte del movimento, composto soprattutto dai giovani, vorrebbe approfittare della mobilitazione per rilanciare la richiesta della “rivoluzione degli ombrelli” del 2014: la possibilità di eleggere i leader politici di Hong Kong a suffragio universale e senza ingerenze cinesi. La protesta è già fallita nel 2014 e, considerando la natura del potere di Xi Jinping, è difficile che il presidente decida di cedere.

Il faccia a faccia durerà probabilmente a lungo. Da un lato c’è il potere semi-imperiale di Pechino, che non vuole fare alcuna concessione alla sua indiscutibile autorità; dall’altro si contrappone una società consapevole del rischio a cui esporrebbe le sue libertà se permettesse la progressiva erosione della sua autonomia costituzionale. Insomma non sembra esserci molto spazio per il compromesso.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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