Un murale a Teheran, 22 maggio 2019. (Fatemeh Bahrami, Anadolu Agency/Getty Images)

La diplomazia al lavoro per allentare la tensione tra Iran e Stati Uniti

Un murale a Teheran, 22 maggio 2019. (Fatemeh Bahrami, Anadolu Agency/Getty Images)
10 luglio 2019 11:16

Nella crisi tra l’Iran e gli Stati Uniti i diplomatici somigliano a pompieri che si affannano per spegnere un incendio devastante armati soltanto di secchi d’acqua. Fuor di metafora, l’unica arma a disposizione della diplomazia internazionale a questo punto è la buona volontà. A volte funziona, ma è raro.

Emmanuel Bonne, consulente diplomatico del presidente francese Emmanuel Macron, è arrivato il 9 luglio a Teheran in un clima incandescente. L’Agenzia per l’energia atomica delle Nazioni Unite, l’Aiea, ha confermato che l’Iran ha cominciato ad arricchire l’uranio oltre i limiti imposti dall’accordo internazionale firmato nel 2015. Questo non significa che il regime iraniano possa costruire una bomba atomica dall’oggi al domani, ma è comunque la prima tappa nel lungo cammino a cui Teheran aveva rinunciato quattro anni fa.

Gli Stati Uniti hanno immediatamente condannato la scelta iraniana, compiendo un ulteriore passo nell’escalation che coinvolge i due paesi da settimane e affonda le sue radici nella decisione di rinnegare il trattato sul nucleare presa da Donald Trump l’anno scorso.

Gli europei sono in prima linea. Hanno scelto di non seguire Donald Trump e ancora oggi cercano di offrire all’Iran un salvagente

Teheran ha agito deliberatamente e senza nascondersi. La mossa iraniana, in questo senso, è più politica che militare. L’obiettivo di fondo è provocare una crisi internazionale piuttosto che subire in silenzio lo strangolamento dell’economia attraverso le sanzioni statunitensi. Washington, infatti, continua a impedire all’Iran di vendere il suo petrolio.

Scatenare una crisi violando (senza eccessi, per il momento) il trattato del 2015 rappresenta un tentativo da parte dell’Iran di forzare la mano degli altri garanti dell’accordo – Europa, Russia e Cina – che finora si sono accontentati di una prudente condanna della politica statunitense.

Gli europei sono in prima linea. Alleati degli Stati Uniti, hanno scelto di non seguire Donald Trump confermando la loro adesione ai termini dell’accordo e ancora oggi cercano di offrire all’Iran un salvagente. Il meccanismo di scambio europeo Instex entrerà presto in vigore, ma la sua portata sarà limitata: arrecherà sollievo ma non potrà mai salvare l’Iran.

La Francia ha il vantaggio di poter parlare ai due contendenti. Da sabato scorso Macron è in contatto con il presidente iraniano Hassan Rohani e con Donald Trump. Se necessario, il presidente francese potrebbe addirittura andare a Teheran.

In un primo tempo l’obiettivo della diplomazia francese sarà limitato: ottenere una de escalation in una situazione estremamente instabile. Ma Teheran non farà un passo indietro senza un allentamento delle sanzioni petrolifere, e non è detto che Macron possa convincere Donald Trump, anche perché ha già fallito nel suo tentativo di salvare l’accordo sul nucleare durante la sua visita a Washington dell’anno scorso.

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Questa combinazione di problemi nasce dall’attività dei falchi all’interno di entrambi gli schieramenti. A Washington il consulente per la sicurezza nazionale John Bolton cerca di provocare la caduta del regime iraniano, mentre a Teheran i guardiani della rivoluzione non hanno mai digerito l’accordo con il nemico giurato.

La Francia fa bene a tentare in ogni modo di scongiurare una crisi devastante in quest’area del Medio Oriente. La diplomazia, d’altronde, è l’arte di riallacciare i fili spezzati. Ma è difficile che questo basti a spegnere l’incendio.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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