01 luglio 2020 09:59

Pechino ha scelto la data: il 30 giugno, vigilia del ventitreesimo anniversario del ritorno di Hong Kong sotto la sovranità cinese. Ventitré anni di autonomia che il 30 giugno hanno subìto una battuta d’arresto nonostante l’accordo con il Regno Unito prevedesse che per cinquant’anni il territorio sarebbe stato governato secondo il principio “un paese, due sistemi”.

Il 30 giugno, a Pechino e non a Hong Kong, il comitato permanente del parlamento cinese ha adottato la legge sulla sicurezza, destinata a combattere “la secessione, la sovversione, il terrorismo e la collusione con forze straniere” nel territorio.

Fino all’ultimo momento gli abitanti di Hong Kong, compresi i funzionari dell’amministrazione locale, non conoscevano nemmeno il contenuto esatto della legge. Per esempio non si sapeva se la pena massima prevista sarebbe stata di dieci anni o l’ergastolo. La risposta, sconvolgente, è che i responsabili dei crimini indicati rischiano il carcere a vita.

La fine di Demosisto
Evidentemente il governo di Pechino ha deciso di riprendere il controllo di questo territorio abitato da sei milioni di persone, teatro l’anno scorso di enormi manifestazioni, scontri ed elezioni locali che hanno premiato i difensori della democrazia.

Nessuno sa quale forma assumerà la manovra cinese, ma per non correre rischi uno dei partiti della nuova generazione contestataria, Demosisto, guidato dal giovane attivista Joshua Wong, ha deciso di sciogliersi. A 23 anni, Wong è uno dei volti della sfida di Hong Kong alla Cina continentale, e ora prevede di essere arrestato e condannato. Altri hanno già scelto l’esilio o si preparano a partire.

Il primo test della volontà di Pechino arriverà il 1 luglio, in occasione dell’anniversario della restituzione che ogni anno è segnato da una grande manifestazione a favore della democrazia. Sono stato presente due anni fa e ho visto Wong e gli altri arringare una folla gigantesca. C’era perfino un gruppo di indipendentisti, che seppur minoritari irritano particolarmente Pechino.

Le tensioni a Hong Kong confermano l’irrigidimento del regime cinese

In ogni caso è possibile che le autorità cinesi attendano ancora un po’ prima di passare all’azione, per vedere se la spada di Damocle della legge, con le sue pene pesantissime, avrà un effetto intimidatorio.

Rafforzando la sua presa su Hong Kong, Pechino accetta un rischio calcolato. In un clima internazionale dal sapore di guerra fredda, infatti, il governo cinese sa che andrà incontro ad aspre critiche. L’amministrazione Trump ha già annunciato la soppressione dello status preferenziale per gli scambi con Hong Kong.

Le tensioni a Hong Kong non sono un incidente di percorso, ma la conferma dell’irrigidimento del regime cinese sotto la guida di Xi Jinping, al pari della persecuzione nei confronti degli uiguri nello Xinjiang e della soppressione della società civile in Cina.

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I democratici di Hong Kong si illudono se pensano davvero, come ha scritto su Twitter Wong, che l’occidente abbia i mezzi e la volontà politica per impedire a Pechino di mettere in pratica la “normalizzazione” di Hong Kong.

Oggi la Cina si considera abbastanza forte e influente al livello internazionale da poter agire come meglio crede. La verità è che gli abitanti di Hong Kong sono soli davanti al rullo compressore di Pechino.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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