10 giugno 2022 09:52

In un negoziato ad alta intensità di solito vince chi cede per ultimo. Il problema è che se nessuno cede, allora si va verso un fallimento assicurato. Un momento simile è quello che stiamo vivendo a proposito del negoziato sul nucleare iraniano, ormai sull’orlo del precipizio.

Siete perdonati se non avete seguito le ultime peripezie di questa interminabile trattativa, la cui posta in gioco è la possibilità per l’Iran di disporre dell’arma atomica.

Dunque un riassunto è d’obbligo: nel 2015 l’Iran ha firmato un accordo con cui rinunciava al proprio programma nucleare in cambio della cancellazione delle sanzioni a suo carico. L’ottimismo, all’epoca, era diffuso. Ma nel 2018 Donald Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo, per il semplice fatto che costituiva uno dei successi del suo predecessore Barack Obama.

Una condizione estranea
Da allora l’accordo è sopravvissuto con fatica fino all’avvento di Joe Biden, nel 2021. Il presidente democratico voleva resuscitare l’intesa con l’Iran, ma è lì che la faccenda si è complicata.

Dopo mesi di trattative indirette a Vienna (perché statunitensi e iraniani si parlano per l’interposta persona degli europei) è stato finalmente concordato un testo, pronto per la firma. L’accordo avrebbe permesso la cancellazione parziale delle sanzioni americane e un ritorno dell’Iran all’interno del meccanismo del 2015.

Esiste un momento in cui la diplomazia raggiunge il proprio limite e si entra in un territorio sconosciuto

Ma all’ultimo momento Teheran ha posto una condizione che non aveva alcun legame con il nucleare, ovvero che gli Stati Uniti escludessero i guardiani della rivoluzione, l’esercito dei mullah, dalla lista delle organizzazioni terroriste. Dopo il rifiuto di Washington è arrivato uno stallo che si è protratto per settimane.

Il problema è che nel frattempo il programma nucleare è ripartito, in violazione degli impegni presi. Le centrifughe funzionano a pieno regime e l’Iran si sta avvicinando alla famosa “soglia”, il momento in cui uno stato è nelle condizioni di produrre un’arma atomica.

Da quel momento la tensione ha continuato a salire, e oggi ci troviamo pericolosamente vicini al punto di rottura.

Il 9 giugno l’Iran ha annunciato la disattivazione di 27 telecamere installate nelle strutture nucleari dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, l’Aiea, istituzione dell’Onu con sede a Vienna. Le telecamere facevano parte del sistema di sorveglianza previsto dagli accordi.

La decisione è una rappresaglia che segue a distanza di un giorno una risoluzione con cui i vertici dell’Aiea hanno condannato le ripetute violazioni dell’accordo da parte di Teheran. La risoluzione è stata accolta molto negativamente in Iran, dove il presidente Ebrahim Raissi, un conservatore nel panorama politico nazionale, ha esclamato: “Credete davvero che adottando una risoluzione dell’Aiea ci farete arretrare? Nel nome di dio e della nostra grande nazione, noi non faremo neanche un passo indietro”.

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E ora? Ora siamo sull’orlo del fallimento, e viene da chiedersi se la guerra in Ucraina, con il gioco pericoloso della Russia (firmataria dell’accordo con l’Iran come la Cina) non stia confondendo ulteriormente le acque.

In caso di rottura possiamo prevedere tensioni estreme nella regione. La nuova alleanza tra Israele e i paesi arabi del Golfo non vuole un Iran atomico, e sarà tentata di reagire. Esiste un momento in cui la diplomazia raggiunge il proprio limite e si entra in un territorio sconosciuto. Oggi questo momento sembra pericolosamente vicino.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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