Durante il fine settimana l’escalation militare è proseguita sui entrambi i fronti principali del Medio Oriente, l’Iran e il Libano. La deriva della guerra, però, sta sollevando pesanti interrogativi sugli obiettivi degli Stati Uniti e di Israele, impegnati in un conflitto più lungo del previsto.
Nella prima settimana, i bombardamenti contro l’Iran hanno colpito i leader della Repubblica islamica, l’apparato repressivo e le infrastrutture di sicurezza. Ora, invece, è tutta la popolazione iraniana a pagare il prezzo dell’allargamento degli obiettivi.
A Teheran le forze israeliane e statunitensi hanno bombardato alcuni depositi di petrolio e una raffineria, sprofondando la capitale iraniana in un incubo, annerendo il cielo con un fumo tossico e spargendo idrocarburi su tutto il territorio cittadino. Ai residenti è stato consigliato di restare in casa. I video che mostrano il gigantesco incendio degli impianti petroliferi hanno trasmesso un’immagine apocalittica.
Le bombe statunitensi hanno colpito anche un dissalatore dell’acqua, provocando una rappresaglia da parte di Teheran con il lancio di droni contro un impianto simile in Kuwait. In una regione in cui l’acqua scarseggia, questi attacchi non costituiscono solo un crimine di guerra (in base a un diritto internazionale sfacciatamente ignorato), ma evidenziano il desiderio di accanirsi più sulla popolazione che sul regime.
Qual è l’obiettivo di Stati Uniti e Israele? Al momento regna una confusione totale sulle finalità della guerra scatenata da Trump. Gli obiettivi del primo ministro israeliano, invece, sono più chiari. Netanyahu vuole portare a termine le guerre condotte dallo stato ebraico negli ultimi due anni e mezzo, abbattendo sia Hezbollah sia il regime iraniano. Danny Citrinowicz, analista israeliano citato dal Financial Times, ha riassunto così la situazione: “Se ci sarà un colpo di stato, tanto meglio. Se le persone scenderanno in piazza, tanto meglio. Se ci sarà una guerra civile, tanto meglio. Israele se ne frega del futuro e della stabilità dell’Iran”.
Questa posizione è coerente dal punto di vista di Israele, che vuole eliminare a ogni costo una minaccia che considera come “esistenziale”. Ma per quanto riguarda Washington risulta molto difficile vederci chiaro, anche perché Trump e i suoi ministri hanno presentato diverse versioni dei loro obiettivi di guerra.
Evidentemente Trump si è lanciato in questa guerra spinto da Netanyahu e pensando che sarebbe durata poco. Il regime di Teheran, in effetti, era sempre più inviso alla popolazione dopo la repressione sanguinosa di gennaio, tanto che Trump poteva ragionevolmente credere a una ripetizione di quanto accaduto in Venezuela, con una spaccatura nel sistema di potere iraniano che potesse favorire Washington. Le cose, però, sono andate diversamente. A dimostrazione della confusione imperante, Trump ha addirittura manifestato la propria sorpresa per il fatto che i possibili interlocutori all’interno del regime erano stati uccisi nel primo giorno di guerra.
La strategia del caos a cui assistiamo negli ultimi giorni punta ad abbattere la Repubblica islamica, con il rischio di creare un Iran totalmente instabile invece di liberare la popolazione. Nel frattempo, anche il regime di Teheran ha deciso di seguire la strada del caos, attaccando i paesi arabi del Golfo.
Questa doppia escalation non promette niente di buono, prima di tutto per il popolo iraniano, di cui una parte considera la guerra israelo-statunitense come una via d’uscita da 47 anni di Repubblica islamica. Questa prospettiva, però, non è certo una garanzia, come ammette perfino Trump. Spinto dalla sua presunzione, il presidente statunitense sceglie l’escalation continua, inconsapevole del fatto che questa avventura militare sconsiderata potrebbe aver rovinato il suo secondo mandato.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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