La polizia davanti all’edificio dell’ex Penicillina durante le operazioni di sgombero, Roma, 10 dicembre 2018. (Stefano Montesi, Corbis/Getty Images)

Lo sgombero dell’ex Penicillina e la macchina della propaganda

La polizia davanti all’edificio dell’ex Penicillina durante le operazioni di sgombero, Roma, 10 dicembre 2018. (Stefano Montesi, Corbis/Getty Images)
11 dicembre 2018 10:18

Da una parte c’è la polizia schierata in antisommossa, dall’altra decine di giornalisti, fotografi e operatori allineati davanti all’ex fabbrica della Penicillina. Sono le 6.30 di mattina e comincia l’ultimo sgombero a Roma, un’operazione che era stata preparata da tempo. Per settimane il ministro dell’interno Matteo Salvini ha annunciato lo sgombero di una fabbrica abbandonata alle porte di Roma abitata da senza dimora italiani e stranieri, richiedenti asilo esclusi dal sistema di accoglienza e persone che da anni vivono ai margini della città. L’ultima volta lo aveva detto durante un’intervista televisiva a Giovanni Floris: “A Roma abbiamo stilato un elenco di sessanta palazzi da sgomberare, cominceremo da quelli pericolanti, non posso dire niente, ma posso solo anticipare che tra poco sulla Tiburtina staranno più tranquilli”.

Così il 10 dicembre – mentre le auto dei pendolari erano già in coda per entrare a Roma – decine di agenti hanno fatto irruzione in quella che un tempo era l’azienda di penicillina più grande d’Europa, ma hanno trovato pochissime persone: alcune avvolte in lunghe coperte per ripararsi dal freddo, altre con gli zaini in spalla, altre ancora con i pochi oggetti personali raccolti in un carrello della spesa. Una quarantina di occupanti sono usciti dall’edificio e si sono messi a protestare sul marciapiede. Trentasei sono stati portati in questura, la maggior parte di loro è stata subita rilasciata. “Sono due giorni che non dormo, guarda la mia faccia”, dice Samb Cham, un ragazzo gambiano di 22 anni.

In effetti da giorni gli occupanti dell’ex Penicillina sapevano che ci sarebbe stato un intervento delle forze di polizia e una trentina di loro è stata accompagnata dalle associazioni all’ufficio comunale di via Assisi per chiedere di essere ospitati temporaneamente in un centro di accoglienza di emergenza a bassa soglia dalla Sala operativa sociale. Altri invece si erano spostati autonomamente in un’altra fabbrica abbandonata in via di Tor Cervara, a pochi chilometri dall’edificio dell’ex Penicillina. “Non sappiamo dove andare, abbiamo i documenti in regola, ma non abbiamo né una casa né una famiglia né amici che ci possano ospitare”, afferma Cham che vive in Italia da tre anni.

Senza alternative
“Non avrei mai pensato di vivere in questo modo, né in Gambia, né in altri paesi. Sto aspettando la risposta del tribunale, per questo devo rimanere in Italia, altrimenti me ne sarei già andato, perché non voglio vivere in questo modo”. Samb Cham è molto arrabbiato: era andato a vivere nell’ex fabbrica dopo essere stato sbattuto fuori dal centro di accoglienza di Canino, in provincia di Viterbo, in cui era stato ospitato al suo arrivo in Italia. “Guardaci, siamo tutti giovani, vogliamo lavorare, potremmo essere il futuro e invece siamo costretti a vivere in questo modo”, afferma.

Samb Cham dice di aver resistito per mesi all’interno del rudere dell’ex fabbrica farmaceutica – senza acqua corrente, senza riscaldamento, senza elettricità – perché è molto religioso e questo gli dà grande forza. “Gli italiani si sono dimenticati di quando anche loro partivano con le navi per andare a lavorare in America, Salvini sembra essersi dimenticato il passato, ma io non lo dimentico”, afferma il ragazzo.

Ha i documenti in regola, attende che il tribunale esamini il suo ricorso dopo che la commissione territoriale ha respinto la sua richiesta di asilo. “Mi hanno cacciato dal centro di accoglienza nel quale vivevo, la polizia dell’ufficio immigrazione mi ha detto che non avevano il diritto di mandarmi via, ma io non so nemmeno l’italiano e non sapevo quali fossero i miei diritti e cosa potevo fare per rimanere nel centro?”, si chiede Cham in inglese, mentre è seduto sul marciapiede con due piccoli zaini, uno sulle spalle e l’altro al collo. “Me stesso e questi due zaini: ecco tutto quello che ho”.

“Gli italiani ultimamente hanno più rispetto per gli animali che per i neri”, dice Festus Frank, un immigrato di origine nigeriana di 36 anni che dormiva da qualche mese all’interno della fabbrica. Si arrotola una sigaretta e sprofonda nella felpa nera con il cappuccio, dice di avere una compagna e due figli che vivono in Austria e di essere anche lui in attesa di documenti che gli consentano di trasferirsi il prima possibile. “La situazione all’interno del palazzo è terribile, avevamo chiesto di essere trasferiti, ma senza alternative non sappiamo dove andare”, conclude Festus Frank.

A metà novembre gli abitanti della fabbrica in cui vivevano circa 500 persone tra immondizia, amianto e rifiuti tossici avevano chiesto di incontrare le autorità cittadine per concordare un’evacuazione dell’edificio. Nel loro appello gli abitanti parlavano di un’alternativa: una soluzione abitativa anche temporanea per attenuare gli effetti dello sgombero.

Ma il 27 novembre la sindaca di Roma Virginia Raggi ha firmato l’ordinanza che annunciava uno sgombero imminente e senza alternative e prevedeva “l’allontanamento delle persone a qualunque titolo presenti” all’interno del complesso industriale di via Tiburtina 1.040 di proprietà della Isf, Industria farmaceutica srl. Da quel momento è cominciato il tam tam delle associazioni per trovare una sistemazione, anche temporanea, agli abitanti di uno dei ghetti più fatiscenti di Roma. Alcuni poster attaccati ai muri ancora ricordano le richieste degli abitanti, sulla recinzione è appeso uno striscione bianco su cui è scritto: “Evacuazione con soluzione, subito”.

Uscire dal ghetto
Alle 10, mentre i pochi ragazzi, quasi tutti ventenni, allontanati dall’edificio sono sul marciapiede e li intervistano decine di giornalisti e operatori, nell’edificio appena sgomberato arriva il ministro dell’interno, facendosi precedere da un tweet. Circondato da uno stuolo di poliziotti e vigili del fuoco, Matteo Salvini entra dal cancello principale della fabbrica. I giornalisti sono numerosi e si accalcano sulla collina di fronte al palazzo. Federica Borlizzi, un’operatrice legale dell’associazione Alterego, urla: “Sciacallo, sciacallo, sei venuto a fare uno show”. Un poliziotto in borghese ferma subito Borlizzi e prova ad allontanarla, mentre alcune giornaliste la trattengono e la intervistano.

“Con un gruppo di associazioni stiamo seguendo la situazione dentro la fabbrica da mesi, il palazzo ormai era vuoto, non c’era più nessuno, erano rimaste le persone più vulnerabili all’interno, ma Salvini è venuto a fare lo show. La sostanza è che le persone stanno per strada”, grida la ragazza. Secondo Borlizzi, il decreto sicurezza e immigrazione costringerà più di mille persone a uscire dai centri di accoglienza a Roma, persone che si aggiungeranno agli ottomila senza dimora della capitale. Secondo alcune stime, nei prossimi due anni con l’approvazione del decreto sicurezza si produrranno più di centomila persone in soggiorno irregolare in tutto il paese.

Migranti davanti alla fabbrica dopo lo sgombero, Roma, 10 dicembre 2018. (Antonio Masiello, Getty Images)

“Salvini sta facendo un regalo alle mafie, la Tiburtina è piena di locali gestiti dalla criminalità organizzata, queste persone gettate per strada finiranno per ingrossare le file della manodopera usata dalla ‘ndrangheta e dalla camorra, questa è la sicurezza che vogliamo?”, chiede l’operatrice legale. L’associazione di Borlizzi insieme ad altre (A buon diritto onlus, Medu-Medici per i diritti umani, Be Free, e Women’s international league for peace and freedom) qualche mese fa ha presentato il rapporto Uscire dal ghetto sulle condizioni di vita dei migranti e dei richiedenti asilo sgomberati da alcuni edifici nelle vicinanze della Tiburtina e finiti a vivere all’interno dell’ex fabbrica di Penicillina.

“Nel marzo del 2018 un’ottantina di migranti cacciati da via di Vannina sono andati ad aggiungersi alle circa cinquecento persone che vivevano tra cumuli di rifiuti speciali abbandonati, residui chimici e amianto nell’ex fabbrica della Penicillina, un immobile fatiscente e pericolante”, è scritto nel rapporto. Francesco Portoghese, operatore legale dell’associazione A buon diritto spiega che in gran parte gli abitanti dell’ex fabbrica erano immigrati regolari.

Quasi tutti però, pur essendo regolari, sono di fatto senza documenti per un’anomalia procedurale della questura di Roma, che per rinnovare il permesso di soggiorno chiede di mostrare la residenza, quando invece basterebbe una dichiarazione di domicilio. “La maggior parte delle persone è formalmente regolare, ma di fatto non riesce a dimostrarlo perché la questura di Roma non gli rilascia il permesso di soggiorno. Questo crea molti problemi nell’accesso ai servizi”, spiega Portoghese. La situazione è aggravata dal fatto che molti di loro sono costretti a subire sgomberi e trasferimenti continui.

Secondo Sara Radighieri – operatrice di Medici senza frontiere che coordinava una clinica mobile attiva all’interno della fabbrica – le persone sgomberate si sposteranno di pochi metri e cercheranno alloggi di fortuna in qualche edificio abbandonato nella stessa zona o finiranno semplicemente a dormire per strada: “Molte di queste persone vivevano da anni in condizioni di marginalità, molte avevano anche traumi psicologici legati al viaggio o disturbi psichici dovuti alle loro condizioni di vita in Italia”.

Medici senza frontiere, che nell’ultimo anno ha assistito 361 pazienti all’interno della Penicillina, pubblica ogni anno il rapporto Fuori campo, per descrivere la situazione nei ghetti e negli accampamenti informali in cui vivono migliaia di migranti e richiedenti asilo esclusi dall’accoglienza. “Si prova a non vedere che le persone ci sono comunque, non scompaiono, anche se si vuole confinarle ai margini della città, rinchiuderle da qualche parte”, conclude Radighieri.

Mentre Salvini lascia lo stabile occupato, un gruppo di militanti di Potere al popolo intona slogan contro il leader della Lega, dall’altra parte della strada manifesta anche un gruppo del sindacato Asia Usb e alcuni attivisti dei Blocchi precari metropolitani (Bpm). San Basilio, la zona in cui sorge l’ex fabbrica, è un quartiere in cui la lotta per la casa è molto sentita, perché è radicata nella storia stessa del quartiere.

Come ha scritto Giacomo Fusco nel suo libro Ai margini di Roma capitale: All’interno dello scenario della lotta per la casa, che ha investito Roma per più di tre decenni, San Basilio è uno dei luoghi in cui questo conflitto sociale ha assunto le modalità più estreme. Fin dai primi anni sessanta le palazzine dell’Istituto autonomo case popolari sono soggette a occupazioni a cui seguono sgomberi delle forze dell’ordine. Non solo, gli abitanti della borgata erano spesso protagonisti di occupazioni in altre zone della capitale, sotto la direzione dei comitati e dei sindacati attivi nella questione della casa”.

Margherita Grazioli di Bpm afferma che nel caso della Penicillina, che era un’occupazione non organizzata, bisogna ricostruire le responsabilità prodotte nel corso del tempo: “Tutto nasce nel 2015 con una serie di sgomberi senza soluzioni alternative, così siamo arrivati all’ex Penicillina. Hanno cominciato con lo sgombero di via delle Messi d’Oro, poi Ponte Mammolo, Baobab, i due edifici di via di Vannina, infine quello di via Costi. In quelle circostanze gli attivisti hanno denunciato che gli sgomberati venivano spinti dalle autorità all’interno della Penicillina e in questo luogo venivano abbandonati”.

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Il ministro dell’interno, prosegue l’attivista, “usa gli sgomberi di questi edifici abbandonati per fare comunicazione politica” e coprire la mancanza di politiche pubbliche efficaci. “A Roma non c’è un piano di edilizia popolare dalla fine degli anni settanta, non c’è nessun progetto di recupero per gli edifici vuoti di questa città, stiamo parlando di una situazione sclerotizzata, per non fare fronte a questi problemi si è trovato il grande capro espiatorio delle migrazioni”, conclude.

I giornalisti se ne vanno, dopo che il ministro ha lasciato l’edificio senza fare dichiarazioni alla stampa. Invece gli sgomberati si sono messi in fila davanti al camper della Sala operativa sociale per capire se almeno per le prossime notti potranno dormire in un centro di accoglienza d’emergenza. Alcuni saranno mandati temporaneamente in via Ramazzini dove sono stati messi a disposizione dei posti per l’emergenza freddo. Gli operatori sociali sono preoccupati per gli altri sgomberi annunciati: si ricomincerà a gennaio. Le occupazioni organizzate di via Carlo Felice e di via del Policlinico potrebbero essere le prossime e in quel caso saranno molte famiglie con minori a finire per strada.

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